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Stipendi non pagati, la squadra occupa gli spogliatoi

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Mancano solo le bandiere di Cgil Cisl Uil, e poi si direbbe che siamo in una fabbrica occupata con gli operai a difesa del salario. E invece la vertenza, questa volta, si svolge in uno stadio e ha come protagonisti dei calciatori. Quelli della Pro Patria che, dopo l’allenamento di ieri pomeriggio, hanno occupato il glorioso «Speroni», decisi a restare fino a quando qualcuno non darà loro uno stipendio. Negli spogliatoi hanno posizionato una decina di brandine, con materassi, cuscini e coperte per la notte. La clamorosa protesta è «l’ultima ratio»: la società che dovrebbe pagare le spettanze si è dileguata, e il Comune, proprietario dell’impianto, non riesce più a trovare una soluzione. Le cessioni gratuite di alcuni calciatori hanno già fatto risparmiare 900 mila euro lordi, ma da tempo non si capisce più chi abbia davvero le leve del comando. Così gli atleti hanno deciso di fare tutto da soli. Prima di iniziare la dimostrazione, i calciatori hanno preso i cartelli «in vendita» e li hanno sarcasticamente messi all’interno delle loro automobili. Da ieri si allenano regolarmente ma fanno la doccia tra striscioni di protesta e bivacchi. L’allenatore Raffaele Novelli guida il gruppo. Ha già denunciato l’amministratore unico per appropriazione indebita, e si preoccupa di trovare da dormire a ragazzi che hanno l’età dei suoi figli: «Per alcuni di loro è un’occupazione simbolica – racconta -, ma per altri si tratta davvero di trovare un posto dove andare a dormire. Abbiamo sei giocatori sfrattati da casa e otto lo saranno tra qualche giorno, me compreso».

L’occupazione prevede già un’organizzazione. Un capo ultrà sta preparando le vettovaglie. «Il macellaio del centro, Piran, mi ha garantito che ci porterà della carne – spiega il portavoce della curva bustocca Lele Magni -. Io invece lavoro in una pasticceria e porterò dei dolci per consolare i ragazzi». Non è un gesto isolato, ma solo l’ultimo di una commovente sequenza di affetto che i supporter stanno dimostrando a questa squadra, che si trova a vivere una situazione surreale: abbandonata dai comandanti, ma ancora caparbiamente decisa a scendere in campo per difendere il secondo posto nel campionato di seconda divisione (la ex C2).

Le partite si giocano solo grazie alle collette spontanee. L’ultima trasferta a Valenza Po è stata pagata proprio da alcuni tifosi. Le bende e le garze sono state portate dai club organizzati. Le maglie sono state lavate grazie a tre bidoni di detersivo regalati dalla lavanderia del quartiere. Alcuni episodi sono da libro cuore: «Io sono stato tra i primi a essere sfrattato – racconta il mediano brasiliano Justino – e adesso dormo nella casa di proprietà di un giornalista locale che segue le nostre partite». Il momento più duro della settimana è la trasferta. Vuoi per i soldi che vanno recuperati ogni volta, vuoi per gli sberleffi avversari: «Vanno bene gli sputi o gli insulti – dice il mister Novelli – ma adesso ci tirano in campo le monetine, ci urlano falliti… morti di fame, e io ci sto male». Qualcuno getterà la spugna tra poco. Il capitano della formazione, Domenico Cristiano, ha 35 anni e una lunga carriera in serie B alle spalle. «A marzo me ne andrò – ammette – ho una moglie e una figlia da mantenere e ancora aspetto i soldi della scorsa stagione».

Sotto le macerie del dramma sportivo, tuttavia, c’è ancora la brace della passione. Allo Speroni c’è un gruppo di irriducibili che segue tutti i giorni gli allenamenti. Il pensionato Peppino Rossi crede alla cabala e ha la sua spiegazione di quanto accaduto: «La sfortuna della Pro Patria iniziò nel 1949 – sostiene – comprammo l’asso ungherese Ladislao Kubala. Era fortissimo e i grandi club, con una gabola, ci impedirono di tesserarlo. Così lo dovemmo vendere al Barcellona». A Busto Arsizio, 90 mila abitanti, si ricordano ancora il sogno svanito dell’asso ungherese, ma adesso rischiano che svanisca per sempre l’intera squadra.