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Sprechi negli enti locali: gettoni facili e un mare di poltrone

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 di ENRICO DEL MERCATO e  EMANUELE LAURIA

 

PALERMO – La sede è al quarto piano di un bel palazzo che si affaccia su via Etnea, la strada principale di Catania. C’è un corridoio lungo il quale si aprono una, due, tre, quattro, cinque porte che nascondono uffici vuoti, scaffali privi di carte. Dentro una delle stanze ronza un ventilatore preso in prestito. Eccola qui la tolda di comando dell’Arsea, l’agenzia regionale creata nel 2006 con un finanziamento di 35 milioni per agevolare l’erogazione di contributi agli agricoltori, ma che non ha mai esaminato una pratica. Eppure, fino a qualche giorno fa a sovrintendere a quelle scrivanie senza computer e a coordinare i tre impiegati a foglio paga c’era un direttore generale con uno stipendio di 170mila euro l’anno. Ugo Maltese, così si chiama il manager, vista "l’impossibilità di operare" si è dimesso. Ma gli arretrati, che non ha mai percepito, li vuole lo stesso.

Un caso isolato? Non proprio. L’Agenzia che non esiste è solo uno degli spettri che si aggirano nel vasto mondo delle società controllate o partecipate dagli enti locali italiani. Sono spa, società a responsabilità limitata, consorzi e, secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa 500 non svolgono alcuna attività. Stanno in piedi solo per garantire gettoni ai consiglieri di amministrazione, stipendi e possibilità di assunzioni in vista delle scadenze elettorali. Sono, appunto, scatole vuote. Fantasmi che danno un tocco di brivido alla lunga teoria di enti le cui azioni sono in mano a Regioni, Province, Comuni. I numeri sono da sopravvissuti del socialismo reale. I ricercatori della Uil e dell’Unione province che si sono messi a contarle hanno scoperto che le società controllate o partecipate dagli enti locali sono settemila. E garantiscono la sopravvivenza di una casta meno appariscente, ma perfino più costosa di quella dei politici di prima fila.
Ottantamila persone, in tutta Italia, prendono un gettone o un’indennità per sedere nei cda, nei collegi sindacali, o per svolgere una consulenza a favore di questa miriade di  aziende pubbliche che consentono a  sindaci e governatori di fare gli imprenditori, i finanzieri, i gestori di scali aeroportuali o di stazioni termali. Di assicurare servizi non proprio essenziali.

E per finanziare questa casta minore che sopravvive al taglio dei provilegi se ne va un fiume di denaro: 2,5 miliardi l’anno è il costo di compensi e benefit che spettano agli amministratori delle spa pubbliche nominati dalla politica e spesso provenienti dalla stessa. Ma cosa è successo in questi anni nei Comuni e negli altri enti italiani pur falcidiati dai tagli ai trasferimenti? Come è montata l’ansia degli amministratori di trasformarsi in spregiudicati businessmen che investono nei settori più disparati? E quanto finisce nelle tasche dei "fedelissimi" chiamati a gestire queste imprese fondate coi soldi dei contribuenti?

Gli anni del boom sono quelli che vanno dal 2006 al 2008. In quel periodo, stima la Corte dei conti, le società controllate o partecipate dagli enti locali sono cresciute dell’11 per cento. La tendenza non è cambiata da allora. L’ultimo conteggio si è fermato a quota settemila. Le poltrone, invece, sono molte di più. A conti fatti i componenti dei consigli d’amministrazione sono 24.310. E pesano su ciascun contribuente italiano 63 euro all’anno. La tassa, in realtà, è molto più pesante: perché alla pletora di membri dei cda vanno aggiunti i componenti dei collegi sindacali o dei comitati di sorveglianza (tre o cinque) e coloro che hanno consulenze o svolgono incarichi professionali per conto di queste spa in mano pubblica. Quella cifra iniziale, insomma, secondo le stime più prudenti, va almeno triplicata. Così, alla fine, l’armata del gettone finisce per mettere insieme 80mila soldati.

"Non a caso, secondo noi, il costo di due miliardi e mezzo l’anno è una valutazione per difetto", dice Luigi Veltro, uno dei curatori della ricerca sui costi della politica fatta dalla Uil. "Il dato sorprendente – prosegue Veltro – è che per quanto riguarda il numero di poltrone gli enti locali del Sud sono più virtuosi di quelli del resto d’Italia. Il rapporto si inverte, però, quando si parla dei costi di gestione delle società. In questo caso le controllate da enti locali del Meridione determinano una spesa di tre o quattro volte superiore alle altre". Il motivo è presto detto: sui bilanci delle spa pubbliche da Roma in giù pesano soprattutto le assunzioni di personale, quasi sempre senza concorso e molto spesso riservate a portatori di voti e parenti eccellenti.