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Spirito critico e cervelli addormentati

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La sociologia e la psicologia hanno dimostrato che i media possono avere un ruolo centrale nell’influenzare i giudizi e le scelte delle persone. Fino a che punto tale influenza non entra in conflitto con la liberta’ di valutazione e la capacita’ di discernimento dell’individuo? E quale e’ il confine tra influenza e manipolazione?

Ne ha parlato l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in un incontro svoltosi all’universita’ La Sapienza di Roma, il 23 febbraio. La conferenza – dal titolo “Capacita’ di intendere e di volere” – e’ parte del ciclo di incontri che l’associazione Athenaeum organizza nell’ambito del progetto “Quale Europa per i giovani?”.
Ravasi, ha la nutrita platea di studenti dei licei romani a riflettere sui rischi legati a una fruizione acritica dei mezzi di comunicazione di massa, in special modo televisione e internet ricordando a tal proposito due film: Quarto potere di Orson Welles (1941), definito “giallo metafisico” e dedicato al potere della stampa; e Quinto potere di Sidney Lumet (1976), paradigmatico per comprendere quanto i media possano rischiare di trasformarsi da strumenti di informazione a mezzi di manipolazione. Il film infatti denuncia, con una satira feroce, la mancanza di sensibilita’ morale del mondo della televisione, pronto a sacrificare ogni cosa pur di mantenere la propria audience e quindi il proprio potere del controllo delle opinioni.
Anche Karl Popper, in un saggio del 1994, ha sostenuto che i media rappresentano un potere incontrollato e temibile in quanto introducono contenuti violenti nella societa’: il filosofo e’ assertore della nefasta influenza dei mezzi di comunicazione soprattutto a livello educativo, in quanto bambini e adolescenti assorbono cio’ che viene loro proposto assimilando modelli potenzialmente pericolosi.

La televisione, che semplifica e banalizza il pensiero e perverte il senso estetico ed etico, addormenta quindi lo spirito critico formando dei replicanti. Popper sosteneva che “una democrazia non puo’ esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o piu’ precisamente non puo’ esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sara’ pienamente scoperto”.
Una critica questa che potrebbe estendersi – mutatis mutandis – anche alla rete. Attraverso essa infatti si ha accesso a una mole ingente di dati e in tale mare magnum rischia di andare perduta la capacita’ di distinguere, rischia di naufragare una gerarchia di valori: tutto diventa uguale e tutto si puo’ moltiplicare all’infinito. Il pericolo e’ quindi quello di assumere un atteggiamento mentale relativistico in cui si smarriscono il discernimento, la distinzione, la specificazione a favore di una estrema semplificazione acritica.
Con tale riflessione, Ravasi non vuole certo avallare una visione cupa. Egli sottolinea anche il lato positivo dei media in quanto favoriscono l’informazione e la comunicazione su ampia scala. Il suo intento e’ quello di richiamare l’attenzione sull’eccessiva influenza che i media possono esercitare sia a livello individuale sia collettivo. ormai assiomatico infatti che i media possono orientare i gusti e creare modelli. Del resto la stessa parola “media” rimanda a un’idea di realta’ “mediata”, non piu’ “immediata”. Dinanzi al rischio di perdere la propria coscienza critica “abbiamo bisogno di parole che incidano ferite nei campi dell’abitudine”, ricorda Ravasi, rievocando i versi della poetessa ebrea Nelly Sachs.

inverosimile evitare del tutto l’influenza che i media esercitano, ma e’ possibile non lasciare addormentare la propria capacita’ speculativa. Non diventare banali ripetitori di cio’ che viene sciorinato dai media, non nutrirsi di stereotipi e banalita’ senza porsi domande, senza lambire i problemi fondamentali affinche’ non accada cio’ che paventa Soeren Kierkegaard nel suo Diario: “La nave e’ in mano al cuoco di bordo e cio’ che trasmette il megafono del comandante non e’ piu’ la rotta, ma cio’ che mangeremo domani”. I mezzi di comunicazione di massa, infatti, ci insegnano tutto sulle mode e i modi di vivere, ma ignorano il significato ultimo dell’esistere, l’inquietudine della ricerca interiore, le interrogazioni radicali sull’oltre e sull’altro rispetto a noi e al nostro orizzonte.
Un antico proverbio ebraico afferma “il saggio sa quel che dice, lo stolto dice quello che sa”: richiama icasticamente la necessita’ dell’individuo di pensare criticamente.