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Si cerca una soluzione al dopo Kyoto

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Il 1° gennaio 2013 scade il primo periodo di applicazione del Protocollo di Kyoto, trattato che regola le emissioni di gas serra per limitare i problemi provocati dal riscaldamento globale. Dopo i sostanziali fallimenti delle conferenze di Copenaghen (2009) e Cancun (2010), da lunedì a Durban (Sudafrica) e sino al 9 dicembre si cercherà di trovare una soluzione per evitare che il pianeta si riscaldi più di 2 gradi centigradi, con conseguenze catastrofiche. Le possibilità che si trovi una soluzione, però, anche a causa dell’attuale crisi economica, sono scarse e già numerosi studi scientifici avvertono come una moderna Cassandra che il limite di 2 gradi sarà impossibile da rispettare se proseguono gli attuali livelli di emissioni di gas serra.

EMISSIONI – Per il Protocollo di Kyoto, siglato nel 1997, si prevede il prolungamento ma nessuno ha ancora deciso che ne sarà in concreto. A Kyoto non hanno aderito i due principali Paesi emittitori di gas serra: Usa e Cina, che da soli emettono il 50% dei gas che provocano il riscaldamento climatico. I 27 Paesi dell’Unione europea sono responsabili per l’11% delle emissioni. Per l’Italia l’obiettivo da raggiungere al 2012 era la riduzione delle proprie emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1990. Il Sudafrica vuole anche che a Durban si dia seguito all’impegno preso a Copenaghen per la creazione entro il 2020 di un Fondo per il clima di 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni di gas serra. Che invece per ora è rimasto nel limbo delle buone intenzioni e con la crisi attuale non si capisce chi possa alimentarlo. Quanto alle fonti di finanziamento, le idee sul tappeto sono tasse sui trasporti aerei o marittimi o sulle transazioni finanziarie.

DOPO KYOTO – Per il post-2012 di Kyoto si pensa a due strade: un secondo periodo (così come previsto), oppure un regime transitorio fino al 2020. La commissaria europea al clima, Connie Hedegaard, pensa a «una road map», auspicando magari l’ingresso di Stati Uniti e Cina. Sul Fondo per il clima rimangono irrisolte molte delle funzioni principali dell’organismo, e soprattutto la questione delle regole e della gestione. La vera speranza è che Durban possa essere un trampolino di lancio per Rio+20, il meeting mondiale che si terrà a giugno in Brasile in occasione dei vent’anni dell’Earth summit. Le piccole isole del Pacifico promettono battaglia se non si giungerà a un risultato concreto, e pensano già a una protesta tipo Occupy Wall Street.

IL PAPA – Anche il Papa domenica all’Angelus si è rivolto a coloro che parteciperanno alla conferenza di Durban: «Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future», ha detto Benedetto XVI.