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Semplificare significa non sprecare soldi, tempo e trasparenza

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Semplificare ha un valore molto più importante della radice etimologica, rendere le cose semplici o più semplici, del verbo. Significa, per esempio, non sprecare soldi, tempo e trasparenza: beni preziosi nell’Italia avvolta nella nube di un generale impoverimento del sistema Paese, della sua efficienza e innanzitutto della sua tenuta etica prima che finanziaria. La pesante e talvolta opaca burocrazia amministrativa, alimentata da montagne di leggi inutili, il contrario della semplificazione, costa alle imprese italiane, secondo i dati della Banca d’Italia, qualcosa come 21,5 miliardi di euro l’anno, circa un punto e mezzo di prodotto interno lordo. Un semplice artigiano, una piccola impresa, una mini-azienda magari promossa da quei giovani dei quali ci riempiamo la bocca per il loro incerto destino, devono mettere in bilancio 1.200 euro l’anno, per ogni addetto, di soli costi per adempimenti vari. Praticamente una busta paga per un fantasma altrimenti chiamato burocrazia statale, locale e anche europea. I soli adempimenti fiscali in Italia sono 122 rispetto ai 12 della Gran Bretagna, un processo civile di primo grado nel nostro Paese dura 533 giorni contro i 286 della Francia e i 129 dell’Austria, un credito commerciale si recupera in 1.250 giorni, mentre in Francia ne bastano al massimo 380. Perché poi meravigliarsi se nelle maglie di questo enorme spreco di denaro a scapito di imprese, famiglie e singoli cittadini, si nasconde, come un virus di cui conosciamo l’origine, una dilagante corruzione? E’ chiaro che di fronte allo Stato che non semplifica ma complica bilanci e vite diventa quasi un automatismo, una forma di autodifesa, immorale quanto volete, ricorrere a qualche cricca di turno, e in Italia ne esistono di ogni specie, per sbrigare la pratica senza danni e con qualche vantaggio extra. Salvare se stessi, aggirando la Legge e abusando delle leggine, per colpire al cuore la collettività: Così è se vi pare, direbbe il grande Luigi Pirandello che certo non peccava in materia di rigore e di conoscenza di uomini e cose.

Ciascun italiano, ognuno di noi con un nome e un cognome, impegna 334 ore l’anno, quasi un’ora al giorno, per adempiere agli obblighi fiscali e contributivi. Una cifra record rispetto alle 110 ore del Regno Unito, alle 132 ore della Francia, alle 196 della Germania e alle 213 della Spagna. Siamo in fondo al girone dei peggiori, in Europa, in materia di complicazioni, il contrario delle semplificazioni. E forse anche per questo ci sentiamo legittimati, abusando della ragione e trasformando l’intelligenza in furbizia, a un’evasione di massa, un altro vantaggio illegale per il singolo proporzionale al danno per la comunità. La simmetria dovrebbe fare riflettere: a minori semplificazioni corrispondono maggiori reati che, una volta diffusi in modo capillare all’interno di una società, sono quasi prescritti per condivisione e per consuetudine. Ecco perché se un governo e un Parlamento riescono, finalmente, a tradurre la semplificazione in un traguardo e non solo in un obiettivo virtuale per conquistare qualche titolo sui giornali o per adulare categorie e contribuenti, se riescono insomma a realizzare un ambizioso obiettivo politico, portano a casa un risultato che può aiutare l’Italia a crescere con un corpo più sano e con una testa meno disinvolta.