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Se una farfalla in Cina scatena il ciclone materie prime

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Francesco Sisci
Se alla fine degli anni 50, nella Cina chiusa, una gravissima carestia provocò decine di milioni di morti per fame, quest’anno, con una Cina aperta e molto più ricca, un’altra attesa grave carestia potrebbe avere impatti internazionali più che interni. La produzione a giugno potrebbe crollare e in tutto il 2011 i raccolti potrebbero scendere di 4 milioni di tonnellate rispetto ai 114,5 del 2010, già in flessione dai 115,1 milioni dell’anno precedente. Pechino è il maggiore produttore di cereali e consumatore sempre più importante, per circa il 17% del totale globale, a fronte di una popolazione di circa il 22% di quella mondiale.
 
E la carestia cinese si va ad aggiungere alle difficoltà nei raccolti in Canada e Russia, altri grandi produttori.
Per la Cina il maggior ricorso alle importazioni alimentari è certamente questione grave ma ha anche un vantaggio politico. I cereali seminati negli Stati Uniti (tra i maggiori esportatori), potrebbero aiutare a riequilibrare quest’anno la bilancia commerciale bilaterale, contribuendo quindi a sciogliere le tensioni economiche e monetarie tra i due paesi. La Cina, con oltre 2.700 miliardi di dollari di riserve e un surplus commerciale che nel 2010 è stato del 6,6%, può certamente pagarsi il conto alimentare.
Il timore interno riguarda l’inflazione. L’indice dei prezzi dei prodotti alimentari nel 2010 è salito del 7,2%: un ulteriore aumento, che si prevede nel primo trimestre possa arrivare anche all’8%, potrebbe togliere alle classi più povere i vantaggi della crescita economica complessiva. Che l’anno scorso, come in media ogni anno da oltre trent’anni, si è aggirata intorno al 10%. L’inflazione oltre il 10% potrebbe accendere tensioni sociali e politiche in un anno molto delicato di preparazione al congresso del partito del 2012, quando l’attuale presidente Hu Jintao dovrebbe andare in pensione per far posto al suo successore designato Xi Jinping. Perciò il governo vuole frenare l’inflazione con urgenza, raffreddando complessivamente la crescita.
U n segnale è stato lunedì il nuovo rialzo dei tassi d’interesse, al 6,06%, il quarto in pochi mesi.
Non è poi chiaro quanto questa frenata cinese possa influire sulla crescita economica globale. Negli ultimi due anni la Cina ha trainato lo sviluppo economico del mondo, e in America l’anno scorso ci sono stati i primi segnali di un’uscita dalla recessione, è quindi possibile che una brusca frenata cinese possa avere un impatto sulla ripresa negli Usa e globale.
 
Inoltre c’è una conseguenza più grave e più certa all’orizzonte. Le riserve globali di cereali dovrebbero scendere di circa il 15% per giugno, quando si farà sentire l’impatto della carestia cinese, per un totale di 342,4 milioni di tonnellate. La crescita dei prezzi complessivi si farà sentire in maniera più forte là dove già ci sono difficoltà economiche: in Tunisia e in Egitto, ad esempio, le rivolte politiche sono scoppiate per gli aumenti dei prezzi del pane.
A giugno, se il governo al potere in Egitto, con o senza Mubarak, non troverà il modo di prevenire la prevedibile inflazione alimentare, potrebbe essere sbalzato di sella e si aprirebbe la strada a nuove rischiose evoluzioni politiche in tutta la regione. La prospettiva della carestia cinese dovrebbe quindi spingere a mantenere Mubarak al potere in Egitto fino a dopo l’estate, perché se un governo moderato fosse instaurato prima di allora, potrebbe comunque essere travolto da nuove proteste, forse spinte da forze musulmane più radicali.
Queste sono previsioni astratte ma di certo, scossoni e sbalzi politici potrebbero accendersi in tutte le zone povere del mondo, in un’estate forse calda come non mai anche per la Cina aperta come non mai.