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Se la borghesia non si sveglia, lItalia non si riprende. E per svegliarsi deve occuparsi del Paese, non solo dei suoi interessi

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La borghesia non c’è più. O meglio: da tempo, troppo tempo, ha spento la luce ed è eclissata. E’ venuta meno, con egoismo e con cinismo, a un dovere essenziale assegnatoli dalla modernità: presidiare il sistema Paese, guidare e orientare un popolo attraverso regole condivise, valori riconosciuti, e un’idea di futuro per andare oltre lo scorrere del presente. La borghesia italiana si è sottratta  a una funzione di avanguardia, di classe dirigente che alimenta cambiamento, mobilità sociale, sviluppo. Si è barricata nei suoi fortini senza preoccuparsi della necessità, anche utopica, di creare un ordine collettivo che potesse tradursi in senso delle istituzioni, della nazione, dello Stato; nella ricerca di interessi generali e non solo di quelli, legittimi e illegittimi, personali. In tutto il mondo occidentale l’impetuosa crescita del benessere, dal secondo Novecento, è stata accompagnata da una dilatazione del ceto medio e ovunque si sono consolidate nuove oligarchie, partorite dai vulcani del potere chiamati finanza, media, tecnologia, che hanno sfarinato il primato della politica: ma solo in Italia – ecco la nostra anomalia, il nostro nervo scoperto – questa metamorfosi del comando si è consumata nel vuoto della borghesia e attraverso la  sua abdicazione. Con Giuseppe De Rita, che considero il più autorevole (e intellettualmente onesto) osservatore della società italiana, abbiamo scritto un libro (L’eclissi della borghesia, edizioni Laterza, 91 pagine, 14 euro) per denunciare la gravità di un fenomeno che come un virus ha contagiato tutti i punti nevralgici del sistema Italia: dalla politica all’economia, dai luoghi della formazione al territorio con le sue specificità.  Un fenomeno che ha reso gli italiani orfani della loro borghesia.

Nella vita pubblica siamo ancora immersi nelle ultime curve di un’infinita transizione, nata dopo il crack, anche morale, della Prima Repubblica. Tutti avvertiamo la scarsa autorevolezza, la perdita di passioni e di generosità, l’opportunismo, il vivere alla giornata, di un ceto politico così autoreferenziale, impegnato a difesa dei suoi privilegi e della sua sopravvivenza, affaticato solo dalla rincorsa ossessiva di uno sgabello in qualche talk show televisivo dove ci si può accreditare con una battuta, una faccia, un urlo, ma anche senza lo straccio di una vera idea nella testa. Tutti siamo indignati. Ma proviamo, come se fosse un gioco di società, a guardarci allo specchio, noi borghesi eclissati, per scoprire quanto i peggiori vizi di un ceto politico ci appartengono. Le simmetrie sono impressionanti, a conferma di come e quanto governati e governanti in democrazia si possano assomigliare. Sul centrodestra pesa come un macigno il vizio d’origine del suo padre e padrone, Silvio Berlusconi, l’alfa e l’omega di un intero ciclo politico, il berlusconismo, che si è affermato e radicato, attraverso il libero esercizio del voto, innanzitutto grazie all’inconsistenza dei suoi avversari di turno del centrosinistra. Ma il conflitto di interessi di Berlusconi ricorda molto da vicino lo stile e la prassi dei piani alti, quelli dove hanno accesso i grandi borghesi del denaro, del nostro capitalismo che ha trasformato un bene del sistema, la capacità di tessere relazioni, nella cifra con cui ci si protegge a vicenda a colpi di patti di sindacato, incroci incestuosi, opacità di controllo delle società. E appunto macroscopici conflitti di interesse, sottratti al giudizio dell’opinione pubblica anche attraverso un controllo militare e improprio degli organi di informazione. L’Antitrust, per citare un solo dato, ha più volte denunciato l’eccessivo cumulo degli incarichi nelle società italiane quotate in Borsa: l’89,2 per cento degli amministratori di queste aziende ricopre incarichi di governance in società concorrenti.

I partiti sono ormai ridotti a tribù ad personam , di piccola, media e grande taglia, con capi e capetti che spadroneggiano come se fossero gli amministratori di un rissoso condominio. Esattamente come avviene nell’universo dei due milioni di iscritti agli albi e agli ordini professionali, dove il corporativismo di ciascuna categoria domina con una sorta di convergenze parallele rispetto all’autodifesa della Casta. E da trent’anni, più di un quarto di secolo, ogni ministro della Giustizia appena si insedia promette la sua riforma delle professioni salvo poi non riuscire ( o non volere) a tradurla in qualche provvedimento approvato dal Parlamento: i conti della sovrapposizione tra società e politica, tra élites borghesi inadempienti e gruppi dirigenti della partitocrazia tribale, tornano alla lira, o all’euro, la moneta corrente della modernità. La legge elettorale “porcata” è fatta su misura per l’autoconservazione della specie, e questo la rende, di fatto, la più difficile riforma da approvare perché nulla può garantire meglio la continuità di una classe dirigente politica che predica il ricambio ma lo considera come il male assoluto. I mandarini che tengono in ostaggio università e intere generazioni di giovani ragionano allo stesso modo: e hanno ritagliato la legge sull’autonomia universitaria come un abito su misura. Siamo nel cuore della borghesia che dovrebbe avere respiro e responsabilità di sistema, di interessi collettivi, di bene comune, e siamo di fronte a un campanilismo accademico che, nel nome dell’autonomia, in questi anni ha moltiplicato sedi,  corsi, lauree, cattedre, parenti in carriera. Arrivando a inventarsi 6mila corsi, con un babele di sigle e di nomi, e una serie di escamotage, diciamo  norme o regolamenti, grazie ai quali i nostri signori rettori si considerano eletti a vita, come se fossero senatori nominati per grandi meriti nei confronti del Paese.

Mi fermo qui, perché non ho spazio e i dettagli sono tutti raccontati nel libro. E perché vorrei aggiungere qualcosa sul futuro rispetto al quale, nonostante tutto, mi sento ottimista, anche se la compagnia di quelli che la pensano così è piuttosto ristretta. Con De Rita, siamo convinti che l’Italia sia a un giro di boa che giocoforza dovrà investire tutti i settori nei quali il vuoto borghese ha prodotto i suoi danni, e quindi non solo nel girone infernale della politica. L’ottimismo arriva da alcuni segnali che indicano una reale possibilità di modernizzazione, la grande scommessa neoborghese che l’Italia sta perdendo da qualche decennio. Cresce nel Paese, dal basso più che dall’alto, una voglia di collettivo, di un noi comunità che si sostituisce all’io ipertrofico; sale la consapevolezza che una classe dirigente ha bisogno vitale di buona formazione, luoghi compresi, e non può essere selezionata, lo dico al netto di un insopportabile moralismo, soltanto attraverso l’industria dell’entertaiment o nell’oscurità di qualche lobby in servizio permanente effettivo; ci sono nuovi desideri nell’aria, anche di stabilità, che potrebbero almeno ammorbidire quelle sfrenati pulsioni, vedi anche piccoli interessi di bottega e una dilagante perdita di senso perfino della vita privata e familiare, con le quali stiamo crescendo, da troppi anni, in un Paese sobrio, lavoratore, innovatore, creativo, adattivo, nel suo dna oggi piuttosto scolorito. Dobbiamo crescere, perché senza crescita siamo fuori dall’Europa, la nostra casa naturale, e ci allontaniamo dai nostri compagni di strada più solidi, la Francia e la Germania, e ci avviciniamo ai peggiori, la Grecia. Ed invece  non siamo affatto in declino come imprese, lavoratori autonomi, professionisti, consumatori: ovunque ci sono segni di vitalità, benessere, e anche di competenza e di capacità.

 Non sarà un processo breve, ma il vento impetuoso della Grande Crisi ci costringerà, parlo sempre ispirandomi all’ottimismo della volontà, a un veloce scatto in avanti, a una riduzione di privilegi e di sprechi gonfiati dalla spesa pubblica ed a una concentrazione più sana delle risorse, magari per accompagnare meglio i giovani che non vogliono lasciare l’Italia e quegli anziani che non godono delle super pensioni regalate dallo Stato, inerme e inefficace, del tutto a tutti. Siamo in declino, questo sì, come cittadini e quindi come sistema Paese. Laddove, cioè, in questi anni si è alzato il volume del silenzio assordante di una borghesia che si è messa alla finestra, dai piani alti, ad osservare ed a negoziare vantaggi con il governo (centrale e periferico) che c’è e anche con quello che potrebbe arrivare. Delle due l’una: o questa borghesia scende dagli attici e fa il suo dovere, con un esercizio di umiltà che non guasta mai, oppure l’Italia in crisi diventerà il nostro ineluttabile destino.