Saltano (di nascosto) i tagli alla politica | Non Sprecare
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Saltano (di nascosto) i tagli alla politica

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 Sergio Rizzo

ROMA – Trasudavano indignazione, le parole di Marco Marsilio: «Pretendere che lavorino gratis o rimettendoci di tasca loro significa allontanare i cittadini onesti e normali dalla politica e dalle istituzioni». Il deputato del Pdl ce l’aveva con la manovra economica di Giulio Tremonti che aveva abolito le indennità dei consiglieri circoscrizionali. Un segnale inequivocabile che tutti, in un momento di difficoltà economica, avrebbero dovuto stringere di un buco la cinghia. Ma scarsamente digeribile. «Ricordo che a Roma ognuno dei 19 municipi è esteso come Milano e abitato da una città come Bologna», insisteva Marsilio. Ma il suo grido di dolore non intenerì Tremonti.

 

È durata poco: sei mesi dopo è arrivato il primo gesto riparatore. Nel silenzio più totale, con una norma infilata in uno degli ultimi provvedimenti, l’indennità è stata ripristinata, per il sollievo dei consiglieri circoscrizionali delle quindici città metropolitane. Poi, mercoledì 23 marzo, un secondo regaluccio. Ma questa volta soltanto per il Comune di Roma. Nello stesso decreto legge che con l’aumento della benzina ha restituito un po’ di soldi al Fondo unico per lo spettacolo è spuntata una norma piccola piccola che triplica il numero di ore di permesso retribuito ai consiglieri circoscrizionali di Roma, portandole da un quarto di quelle spettanti ai consiglieri comunali a tre quarti. Cosa significa? Che se prima un consigliere circoscrizionale poteva assentarsi dal posto di lavoro per un’ora al giorno, oggi può ritornare dopo tre ore. E il costo relativo viene addebitato dal suo datore di lavoro al Comune. Come si motiva un privilegio che costringerà il Campidoglio a spendere il triplo? Con il fatto che Roma è «capitale»: ragion per cui i consiglieri circoscrizionali sarebbero più impegnati dei loro colleghi di Milano, Palermo o Genova. Difficile, per non dire impossibile, non intravedere in questa misura a dir poco singolare l’impronta digitale del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Al quale non sarà certamente dispiaciuta una seconda sorpresa contenuta nel decreto di mercoledì.


Si tratta dell’articolo con il quale viene stabilito che il taglio del 20% del numero dei consiglieri comunali deciso l’anno scorso ed entrato in vigore dal primo gennaio 2011 non si applica alle città con una popolazione superiore al milione di abitanti. Cioè Roma e Milano, entrambe amministrate dal centrodestra. Per un soffio (circa 30 mila abitanti) il Comune di Napoli, guidato dal centrosinistra, potrebbe invece essere fuori. Roma e Milano non saranno quindi costrette a ridurre da 60 a 48 componenti i loro consigli comunali e potranno avere fino a 15 assessori. Più il sindaco, naturalmente. Dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Siamo alle solite. Anche stavolta non hanno mantenuto la parola. Ogni volta che c’e da tagliare sui costi della politica si rimangiano la parola. Il risultato è che aumentano pure le tasse per i cittadini. Una vergogna».
Va detto che il tentativo di salvare una trentina di poltrone nelle due città più grandi del Paese non è una novità assoluta. La norma era stata già infilata di soppiatto nel famoso decreto milleproroghe approvato un mese fa. Poi però era improvvisamente saltata: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva imposto che venisse rimossa dal testo definitivo. La motivazione ufficiale? Lo stop alla cura dimagrante dei consigli comunali di Roma e Milano (e magari Napoli?) c’entrava come i cavoli a merenda con la materia di quel provvedimento, destinato a reiterare delle scadenze risultate impossibili da rispettare. Una motivazione che però doveva nascondere qualche perplessità ben più profonda, se il Quirinale ha messo un’altra volta sotto stretta osservazione il salvataggio di quelle poltrone: la cui urgenza, evidentemente tale secondo il governo da richiedere addirittura l’inserimento in un decreto legge nel quale si parla di tutt’altro, è davvero arduo giustificare. Senza considerare, poi, una questione di rispetto istituzionale. Il Quirinale chiede di togliere una norma da un decreto legge e nemmeno quattro settimane più tardi Napolitano se la ritrova sotto il naso in un altro decreto legge? Non sarebbe sorprendente se anche questo aspetto della vicenda venisse considerato inaccettabile.