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Robin Hood, la foresta sarà venduta ai privati

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Povero Robin Hood. Anche lui se la vede male con l’austerità imposta dal governo britannico per medicare i conti pubblici. La sua quercia, la «Major Oak» vecchia di mille anni, il rifugio dell’eroe che rubava ai ricchi per aiutare i derelitti, rischia di fare una brutta fine se, per davvero, dovesse realizzarsi il progetto del ministero dell’Ambiente che in cerca di risparmi e di tagli (e, qui, di «taglio» vero e proprio potrebbe trattarsi) medita di vendere ai privati una discreta fetta del patrimonio forestale inglese. Nella lista dei «tesori» da mettere sul mercato per racimolare un po’ di sterline c’è, infatti, la Foresta di Sherwood, l’oasi di 423 chilometri quadrati che nella contea del Nottinghamshire, è meta ogni anno di almeno mezzo milione di turisti.

È difficile pensare che Downing Street s’intestardisca nell’idea di sbarazzarsi dell’ex riserva reale di caccia e di consegnarla a qualche ricco investitore ma la notizia, che doveva restare segreta, è uscita dagli uffici dell’esecutivo ed è finita sul Sunday Telegraph provocando un diluvio di indignate reazioni. L’area, ovviamente, fa gola a molti e pare che i più interessati ad accaparrarsela siano immobiliaristi con piani di sviluppo alberghiero e golfistico a danno di alcune centinaia di betulle e di querce. La «Major Oak» di Robin Hood magari verrebbe pure salvata ma Sherwood perderebbe il suo fascino ultrasecolare. Fantasia? Uno scherzo di cattivo gusto? Malelingue? Be’, il Sunday Telegraph non è di certo nemico del governo conservatore-libdem. Però, il fatto che in certe stanze si stia discutendo di monetizzare la proprietà di 748 mila ettari di terra e di «antiche foreste», trasferendola ai privati, addirittura concedendo agli stessi il diritto di intervenire chirurgicamente, è un colpo sotto la cintola da non potere essere sottaciuto. Neppure da chi è un convinto sostenitore dei sacrifici. Quando è troppo è troppo.

Le foreste sono inviolabili, sono la storia, la leggenda, il mito, la vita. La loro difesa fu inserita niente meno che nella Magna Charta nel 1215. E, che oggi solo si ipotizzi di cambiarla sia pure in nome della nobile prospettiva di sistemare il bilancio dello Stato, è considerato alla stregua di un insulto gravissimo e insopportabile. Anche perché, se proprio è necessario alienare quei 748 mila ettari, non sarebbe male trasferirne la gestione alle comunità locali, traducendo in atti concreti il sogno della «Big Society», ovvero l’attiva partecipazione dei cittadini nel governo del patrimonio collettivo: questo è quello che, ad esempio, suggeriscono parecchi lettori del Sunday Telegraph che indignati hanno invaso di lettere la redazione. Insieme agli ambientalisti, persino i tory più tory si sono ribellati: «Sono conservatore da quarant’anni, se vendono le foreste cambierò per sempre partito».

Possibile, probabile che David Cameron ci rifletta un bel po’. Comunque, in attesa di dare il via alle offerte il ministero e gli uffici amministrativi centrali si sono portati avanti coi conti: il piano studiato consentirebbe di dare ossigeno al budget ambientale che, stando al vangelo del Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle Finanze pubbliche), deve risparmiare il 30 per cento delle sue risorse. Lo Stato non vuole occuparsi più di alberi. Dunque, le foreste sono in vendita? Questo suggeriscono i profeti dell’austerità estrema. Con buona pace di Robin Hood e di Harry Potter: già, pure il maghetto trema. La Foresta di Dean nel Gloucestershire, boschi millenari che ospitano alcune delle imprese di Harry Potter, è in saldo. Sempre per colpa della crisi.