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Ricercatori, fuori i soldi e niente sprechi

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Il ministro Giulio Tremonti ha mille buoni motivi per stringere i cordoni della borsa e tenere sotto controllo la spesa pubblica, a partire dalle richieste dei suoi colleghi. Ma per la riforma universitaria i soldi devono uscire fuori, e presto. Innanzitutto e’ in gioco una buona legge, una delle poche vere riforme del governo Berlusconi. Un provvedimento con il quale, tra l’altro, si inseriscono anche alcune norme etiche nella governance universitaria come, per esempio, il mandato a termine per i rettori (non piu’ di otto anni) che si erano abituati a trasformare i loro istituti in autentici fortini. Cosi’ come la riforma introduce, finalmente, criteri trasparenti di gestione contabile degli atenei, prevedendo il commissariamento delle universita’ dissestate. Qui piuttosto contera’ l’attendibilita’ e la frequenza dei controlli con i quali tutte le universita’ saranno valutate. C’e’, infine, lo scoglio della trasformazione di circa 9mila ricercatori in associati (con una spesa di 1,7 miliardi di euro in sei anni), il punto criticato dal ministro Tremonti per motivi di finanza pubblica. Delle due l’una: o questi ricercatori sono degli asini, e allora la riforma e’ sbagliata e va cestinata non per motivi finanziari ma per un’impostazione scorretta, oppure, come e’ molto piu’ probabile, si tratta di migliaia di persone che hanno di fatto tenuto in piedi l’universita’ in questi anni e hanno conquistato sul campo le credenziali per avere qualche certezza in piu’ in termini professionali rispetto al loro status attuale di precari intellettuali. Se la legge funzionera’, per il futuro non dovrebbero esserci nuovi bacini di ricercatori-precari, perche’ e’ previsto un meccanismo di reclutamento attraverso il quale si entra all’universita’ solo con contratti a tempo determinato. E solo i piu’ bravi, potranno poi ricevere, attraverso una prova di idoneita’, il passaggio al tempo indeterminato e lo status di professore associato. Dove trovare i soldi? La domanda e’ legittima, ma la politica e’ fatta di scelte, e quindi spetta al ministro dell’Economia, e innanzitutto al premier, individuare da quali voci di spesa pubblica si puo’ risparmiare per dotare la riforma Gelmini degli stanziamenti necessari. Noi, da osservatori, siamo sicuri solo di una cosa: gli sprechi, anche nell’universita’, sono ancora enormi, e se si riuscisse a recuperarne anche una minima parte, ci sarebbero risorse piu’ che abbondanti per i ricercatori in attesa di giudizio.