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Reportage L’anno della Cina

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Shanghai. Better City, better Life: la migliore Citta’, la migliore Vita. Lo slogan ripetuto con ossessione dalla propaganda dell’amministrazione comunale accompagna, come una martellante litania, le ultime curve del cantiere Shanghai verso l’appuntamento con il traguardo della Storia: l’Expo 2010. I manifesti, con il disegno di Haibao, il pupazzetto- mascotte della manifestazione, tappezzano qualsiasi strada, piazza, quartiere, dove gru e ruspe sono all’opera per concludere il restyling della metropoli piu’ adrenalinica del mondo. Gia’, il mondo. Se con le Olimpiadi (2008) la Cina voleva mostrare il suo definitivo salto triplo nella modernita’, con l’Expo (2010) l’obiettivo e’ quello di esibire, davanti a 70 milioni di stranieri che arriveranno da tutti i paesi della Terra, il suo primato, la sua potenza e i relativi rapporti di forza sul tavolo della geopolitica internazionale. Laddove le Olimpiadi dovevano stupire, l’Expo dovra’ certificare.
Neanche il piu’ scrupoloso ragioniere, esperto di contabilita’ urbanistica, riuscirebbe a tenere il conto di quello che si sta demolendo e costruendo a Shanghai da alcuni mesi, 24 ore su 24. E’ impossibile fare la somma dei grattacieli che continuano a spuntare dietro ogni angolo, con alberghi, appartamenti, uffici: il numero dei piani cambia dal giorno alla notte. Come le grandi opere pubbliche. Salgo sul Maglev Train, il treno a levitazione magnetica che sfreccia alla velocita’ di un razzo e in sette minuti mi deposita dalla stazione di Pudong, la City di Shanghai, all’aeroporto internazionale, e ho una sensazione da brividi. Uno schermo luminoso mi avverte che stiamo viaggiando a 431 chilometri all’ora, e conteggia i secondi che mancano all’arrivo: non riesco a finire di leggere il giornale, prima di scendere. La rete della metropolitana sta ingoiando, in termini di lunghezza complessiva dei binari (322 chilometri) e di velocita’ del percorso, Parigi, Londra e New York, ma adesso bisogna completare altre due linee che chiuderanno il cerchio di una meraviglia della tecnologia e della sicurezza. Una sera provo a passeggiare lungo la banchina del Bund, la citta’ vecchia con i suoi locali, bar, ristoranti, alberghi, che ricordo, appena qualche anno fa, ancora impastati del profumo di un fiume presidiato nei secoli da scaltrissimi commercianti cosmopoliti. E’ impossibile. La polvere e il rumore delle trivelle coprono i lavori in corso per quella che dovra’ essere, nel progetto Expo, una gigantesca isola pedonale. Cerco, tra la curiosita’ per il nuovo in arrivo e lo sgomento per l’antico scomparso, qualche angolo ancora integro della Vecchia Shanghai, cosi’ densa, cosi’ suggestiva. Faccio fatica a trovare qualche traccia, una casa bassa con i tipici portali in pietra o il fazzoletto di un giardino con le canne di bambu’ e i pini di Luohan, tra le strade della Concessione francese, un quartiere residenziale trasformato in una zona commerciale e turistica, o alle spalle del monumento della famiglia Pan, i piu’ potenti funzionari della dinastia Ming. Le ruspe non perdonano, e qui spostare diecimila, ventimila, trentamila famiglie, per fare spazio a nuovi grattacieli, non e’ mai un problema. Il partito, Stato e Amministrazione, decide, nessuno lo intralcia, nessuno ricorre davanti a un giudice, e un esodo biblico dal centro a qualche zona della periferia diventa un gioco da ragazzi, come svuotare un cestino della spazzatura in un qualsiasi marciapiede.
La vetrina dell’Expo da tirare a lucido fino all’ultima scintilla luminosa, e’ innanzitutto l’occasione per proiettare alle stelle il mercato immobiliare di Shanghai, croce e delizia di questa affannosa corsa al boom sul filo di una velocita’ senza soste. I mutui in citta’, secondo i dati dell’ufficio municipale della banca centrale, volano come il Maglev Train: piu’ 1.600 per cento tra il 2008 e il 2009, e nello stesso periodo, in piena crisi globale, i prezzi delle case sono quasi raddoppiati. Chi compra? Tutti quelli che possono. Il cittadino-ceto medio che ha fatto il salto sociale; il funzionario corrotto che ha intascato in nero le sue mazzette; gli speculatori cinesi di Hong Kong e di Taiwan e quelli occidentali che arrivano dall’America, dall’Inghilterra e dalla Germania; gli stranieri convinti che Shanghai ormai incorpora, con la sua falcata, il ko ai punti nei confronti di New York. Le premesse per una maxi bolla, di quelle che fanno tremare mercati e listini di tutto il mondo, ci sono tutte, nessuna esclusa. E allora le autorita’ del Paese e della municipalita’, che tradotte significano solo e soltanto il Partito con i suoi mandarini, stanno correndo ai ripari. Con lo stile dell’establishment cinese: autoritarismo, decisioni, niente allarmi per chi osserva lo spettacolo. Cosi’ e’ arrivata una prima stretta creditizia, e il Consiglio di Stato ha appena decretato che i mutui per le seconde case non possono eccedere il 60 per cento del valore dell’immobile. Riuscira’ la manovra di un manovratore che non vuole mai essere disturbato ne’ in casa ne’ all’estero? E’ una bella domanda che a sentire loro, i cinesi, ha una sola risposta: si’, senza problemi. Ma a sentire noi, autorita’ istituzionali, istituti di ricerca, grandi finanzieri dell’Occidente sotto pressione per l’avanzata della Cina, ha tutt’altra risposta: no, e saranno dolori per l’economia mondiale, che non trova la strada di una vera e solida ripresa.
I fatti parleranno a breve, per decidere dove sta la ragione, e intanto, tornando alla vetrina dell’Expo 2010, a Shanghai ci si prepara a esibire primato e potenza non solo attraverso i record dei fatturati, dei mercati, delle infrastrutture, del mega cantiere immobiliare. Sul tavolo di questa partita di poker, che vista da vicino sembra gia’ chiusa, c’e’ anche la carta della scienza: talento e formazione. Ovvero, una polizza per un futuro di super potenza a lungo termine, e non provvisoria, attraverso importanti investimenti nelle scuole e nelle universita’. Il Ceibs, a un’ora di macchina dal centro della citta’, e’ gia’ la prima Business School dell’Asia, con un campus che fa invidia ai format logistici e architettonici delle universita’ anglosassoni. Quanto ai professori, il loro livello e’ come quello dei grattacieli di Shanghai: si alza ogni mese, ogni giorno, ogni ora. E la macchina della propaganda, ormai piu’ nazionalista che comunista, o forse entrambe le cose, continua a sfornare buone notizie sul fronte del ritorno a casa dei “figliol prodighi”. Chi sono? Accademici, scienziati, teste d’uovo con rating internazionali, che annunciano il loro rientro in Patria, quasi sempre dall’America. Come Shi Yigong, un faccino da cinesino quarantenne, orecchie a sventola e sguardo profondo come il taglio di una spada, che ha fatto le valigie lasciando il tepore americano di Princeton, dove si era rifugiato ed era stato accolto come una star, con un maxi budget, milioni di dollari, per le sue ricerche in Scienze Biologiche. Molti colleghi e studenti non hanno capito perche’ torno in Cina, nella mia posizione di scienziato coccolato e protetto in America. La risposta e’ che adesso credo nel mio Paese, e nei suoi investimenti nella ricerca e nella formazione ha detto Shi, salutando con un sorriso alunni e professori, e invitandoli a venirlo a trovare in Cina, nella sua nuova sede di un potente scienziato che studia e lavora per la sua potentissima nazione.
(2, continua)