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Quanti rischi dietro al flop di Facebook

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La faccia di Zuck che in questi giorni circola sul web non è sorridente, leggera e levigata come quella che ha accompagnato tutta la narrazione planetaria sul fondatore di Facebook. No, a questo giro Mark Zuckerberg appare preoccupato, scosso, nonostante si ritrovi in saccoccia qualcosa come una ventina di miliardi di dollari, pari al valore del suo pacchetto di azioni dopo la quotazione monstre dei giorni scorsi. Forse l’uomo-bambino ha finalmente paura, con i suoi 28 anni festeggiati con il cane Beast, anche lui prigioniero del social network del padrone (572.423 like sulla sua pagina Facebook). Forse perde fiato la sicurezza, a rischio onnipotenza, di un innovatore abile quanto ambizioso, magari stordito dal piacere di sentirsi, già oggi, il capo azienda di una società per azioni che vale più di McDonald’s o della Goldman Sachs.

Sicuramente Zuck è troppo intelligente e sveglio per non avere capito che il collocamento di Facebook, con il patetico tentativo di Morgan Stanley di rimborsare qualche vittima del “parco buoi” per evitare guai peggiori (in America con le class action non si scherza), si sta trasformando nel nuovo colpo grosso del solito capitalismo, predone e senz’anima, che ci ha accompagnato nel baratro della Grande Crisi. Attorno al banchetto di Facebook in versione Wall Street si sono piazzati tutti, ognuno ai propri posti, pronti a gonfiare la bolla, tanto alla fine nessuno paga pegno: banchieri, consulenti, esperti di varia umanità, finanzieri, avvocati d’affari, padrini delle agenzie di rating. Pezzi grossi, insomma, perché la torta da spartirsi è grossa e perché partecipare a questo tipo di festeggiamenti significa vincere il biglietto della lotteria. Pezzi grossi, che manovrano le oscillazioni di Facebook come le montagne russe degli spread del debito pubblico. Titolari di un potere vero, non virtuale, tracimato e gonfiato, come i prezzi delle varie bolle messe in fila una dietro l’altra, parallelamente a una politica sempre più sgonfia, sempre più nell’angolo tra i colpi di una recessione ingovernabile e di campagne elettorali vissute con le spalle al muro di fronte alla rabbia dei cittadini impoveriti.

Zuck, come un bravo programmatore di software, ha sempre rispettato il suo personaggio, innanzitutto durante il giorno del trionfo quando si è presentato a Wall Street con la felpa e il cappuccio volendosi così mostrare superpotente tra i potenti al punto da consentirsi di sparigliare il tavolo dell’etichetta, dell’abbigliamento e dei suoi riti. E oggi non può che toccare a lui il cerino in mano del simbolo di un’innovazione portentosa, come l’intera epopea delle aziende tecnologiche della Silicon Valley, di un miracolo economico che cammina sempre ad alta velocità, ma anche di un virus, l’ingordigia e l’ingiustizia, tutto senza freni come nel delirio di una notte di febbre altissima, che ha messo a rischio il sistema occidentale, non solo l’Europa o l’America.

Zuck, oltre che un genio e un miliardario che appena otto anni fa semplicemente non esisteva, oltre che un uomo che sposta la frontiera verso il futuro vissuto come presente, è ormai anche un membro del club, di un mini social network che spadroneggia nel buio del mondo che verrà e che intanto è finito sottosopra. L’uomo bambino è un capo tribù che proviene da un universo, tecnologia e high-tech, informatica e ricerca, università e talenti naturali, in grande movimento verso la modernità e, con pari velocità, verso il dominio del campo.

Nel regno delle opportunità e della società aperta, la Silicon valley, il Dipartimento di Giustizia americano ha denunciato i boss di società come Apple e Google perché, con un cartello, blindavano i loro dipendenti, impedendogli di cambiare società secondo le leggi della concorrenza. Gesti da nuovi capi che hanno imparato vecchi metodi, quelli dei petrolieri e dei produttori di auto, degli assicuratori e delle multinazionali del farmaco, tutti sempre a rischio oligopolio. Il capitalismo, rispetto al quale non esiste un’alternativa che non sia la memoria di una tragica utopia, funziona così: sempre con gli stessi rischi di deriva e sempre con le stesse umane tentazioni. Ma l’America non è solo la patria dell’economia di mercato e della società aperta, è anche la culla di una democrazia che 150 anni fa Tocqueville riduceva a due parole: check and balance, controlli e equilibrio tra i poteri. E senza una democrazia sana e solida il capitalismo rischia di evaporare, come la faccia smart, intelligente ed empatica, dell’uomo-bambino Zuck.