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Quando la salute passa dal telefonino

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LONDRA
Tre fondazioni, Un, Vodafone e Rockfeller, hanno annunciato un'”Alleanza Sanitaria Mobile”, che mira a riunire i progetti ideati per migliorare la fornitura di cure mediche nel mondo, utilizzando la tecnologia mobile.

Per cercare di risolvere il problema della frammentazione delle iniziative gia’ esistenti, la coalizione si preoccupera’ di coordinare gli interventi umanitari di governi, associazioni no-profit e aziende di telefonia.

Bastano pochi esempi, come emerge da un articolo pubblicato da Bbc News, per chiarire l’importanza dell’attenzione dedicata alla cosiddetta “mHealth” (mobile Health), un termine di recente conio per indicare proprio questo nuovo filone di applicazioni: in India, un milione di persone muore soltanto perche’ non puo’ avere accesso alle strutture sanitarie di base. Per contro, l’80 per cento dei medici si trova nelle citta’, spesso assai lontano dalle piu’ vaste comunita’ rurali, dove vivono 800 milioni di persone.

Molte iniziative si sono concentrate, percio’, nel creare una connessione tra i territori piu’ remoti e i centri urbani, utilizzando tecnologie Gps e wireless, perche’ le cure possano essere somministrate al maggior numero di persone possibile. Per esempio, inviando nei villaggi gruppi di paramedici a bordo di furgoni attrezzati, in modo da coprire vaste aree e rimanere in contatto con i medici, dai quali ricevere le opportune istruzioni.

Vista la grande diffusione dei cellulari anche nei paesi in via di sviluppo, il telefonino puo’ diventare un mezzo di prevenzione, con l’invio di sms mirati all’educazione sanitaria e contenenti consigli per la profilassi contro l’Aids. In Uganda, l’inziativa ha portato al 33 per cento in piu’ di chiamate ai numeri telefonici dedicati alla diffusione di informazioni.

Alternativamente, un sensore e’ stato installato sulle bottiglie di medicinale ed utilizzato in Sud Africa, insieme ad una Sim card, per avvisare il personale sanitario se i pazienti stavano prendendo i loro farmaci anti-tubercolotici oppure no. La percentuale di persone che, grazie al monitoraggio, ha continuato a seguire regolarmente la terapia loro assegnata e’ salita esponenzialmente, dal 22 al 90 per cento.

Tecnologia si’, dunque, ma senza esagerare: dal paradosso dell’assenza totale di assistenza, negli ospedali occidentali si passa al rischio di veder inghiottire da sistemi ed interfacce gli operatori, sempre piu’ impegnati a riempire moduli digitali e gestire dati informatici. Il contatto diretto con il paziente resta uno dei reali fondamenti della medicina e, per quanto sofisticati, i dati astratti non possono sostituire la pratica empirica, ma anzi ci si chiede fino a che punto talvolta non la allontanino.

A proposito del recente rapporto “Computational Technology for Effective Health Care: Immediate Steps and Strategic Directions”, frutto del monitoraggio dei sistemi messi in opera da 8 tra gli ospedali americani piu’ informatizzati, si legge sul quotidiano Le Monde che la tecnologia non deve essere considerata se non uno strumento secondario, quando non da’ prova di poter migliorare concretamente la qualita’ delle cure.

Lo scudo della corretta automazione delle procedure ospedaliere non dovebbe essere alzato a difesa di eventuali carenze diagnostiche. Dallo studio emerge, invece, la proposta di riorientare tali sistemi, in modo da rimettere al centro dell’interesse non la gestione dei dati, ma il paziente e l’aiuto che i medici possono ricevere dalla tecnologia per capirne le esigenze. Per esempio, sfruttando modelli virtuali, come quelli giunti gia’ ad uno studio avanzato in alcuni centri di ricerca statunitensi.