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Pompei: i soldi buttati dell’eterna emergenza

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A gennaio scorso c’è stato un crollo nella casa dei Casti Amanti, poi, nei mesi successivi, un graduale cedimento al Termopolio, quindi a fine settembre un altro incidente nella casa di Giulio Polibio. Ci sarà o no un problema Pompei se bastano poche piogge per indurre crolli e smottamenti? I giornali picchiano duro: si fa anche notare che dal 2008 il parco archeologico (2 milioni di biglietti staccati ogni anno) ha anche un commissario, la cui nomina fu giustificata con «l’assoluta emergenza e i rischi per l’incolumità umana».

Non sono forse queste le emergenze a cui si doveva porre rimedio? Ma il ministro Sandro Bondi non gradisce l’approccio, e il 6 ottobre scorso, all’indomani di un severo editoriale del Corriere della Sera, convoca una conferenza stampa e parla di «scoramento»: «Siamo di fronte – dice – alla dimostrazione angosciante dell’inutilità degli sforzi per migliorare l’Italia, quando la stampa fornisce volontariamente un’immagine distorta e falsa per dipingere l’operato del governo in maniera negativa». E giù l’elenco delle cose fatte per Pompei: almeno un centinaio di interventi. Le cose, però, nella gestione degli scavi di Pompei non sono state sempre lineari.

I 44 ettari dell’area archeologica hanno avuto per 14 anni (1995-2009) un unico dominus, nella persona del soprintendente Pietro Guzzo. Nel 1997 fu approvata una legge per l’autonomia della Soprintendenza di Napoli e Pompei che consentiva di reinvestire sui siti archeologici del territorio quanto si ricavava dalla vendita dei biglietti, una cifra annua tra i 18 e i 20 milioni di euro. Certo non c’era solo Pompei, ma insomma.
Nel 1998 Guzzo affidò ai suoi tecnici un check up di Pompei che, trasferito su un sistema informatico, consentì di stilare criticità e priorità. Spesa stimata: 270 milioni. Area messa in sicurezza dopo 9 anni: 31%. Un lavoro costante nel tempo ma, indubbiamente, limitato.

«D’altronde – spiega Gianfranco Cerasoli, sindacalista Uil e membro del Consiglio superiore dei Beni culturali – ogni lavoro andava messo a concorso, come prevedono le procedure, e i passaggi burocratici sono almeno una cinquantina, tutti – peraltro – suscettibili di ricorsi da parte di chi non vince. Tutto questo giova alla trasparenza ma non alla rapidità». Se l’andazzo è questo è del tutto evidente che anche per Pompei ci vogliono «gli uomini del fare», e il governo non si tira indietro: a inizio estate 2008 nomina commissario straordinario Renato Profili, un prefetto di lungo corso che resta in carica un anno.
A giugno 2009 gli succede un altro tecnico, questa volta dell Protezione civile, Marcello Fiori.

«Durante la gestione commissariale – racconta ancora Cerasoli – le procedure sono sospese, tutto fila più liscio ma qui cominciano i guai: dei 79 milioni di budget, quasi 40 vengono spesi in attività di servizio che poco hanno a che fare con la messa in sicurezza. Lievita, per esempio, la spesa in comunicazione. Cinque milioni (contro gli 800 mila euro previsti) si spendono solo per l’agibilità del Teatro Grande che deve servire al concerto di Riccardo Muti. Possibile?». Dal sindacato parte un esposto alla procura. Intanto a giugno scorso il mandato di Fiori scade.

Bondi annuncia la fine dell’emergenza e della relativa necessità di un commissario. Torna un soprintendente ma ad interim, è Mario Proietti che però il 30 settembre andrà in pensione. Dovrebbe succedergli Angelo Maria Ardovino, ma Bondi esita: pare ci sia un’inchiesta in corso. L’incarico – ancora una volta ad interim – va a Jeanette Papadopoulos. Nel frattempo Pompei, indisturbata, riprende i suoi crolli.