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Poco lavoro e tanti premi per la Casta delle regioni

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Rizzo Sergio

 

Dopo la batosta elettorale alle amministrative, il leghista ministro della Semplificazione Roberto Calderoli ha minacciato lo sciopero fiscale se alcuni ministeri non verranno trasferiti al Nord. Senza però spiegare come si potrà evitare di appesantire ancora di più il costo della burocrazia pubblica. E non è un dettaglio. Stesso rapporto Dal 2000 al 2012, prendendo per buone le stime disponibili per il prossimo anno, la spesa delle casse dello Stato italiano per pagare i dipendenti pubblici è rimasta esattamente la stessa in rapporto al Prodotto interno lordo: 10,4%. Risultato che può apparire già un bel successo, tenendo conto della rigidità di questo settore. Anche se per esempio in Germania, nello stesso periodo, si è scesi dall’ 8,1% al 7% del Pil, e in Francia, Paese dove i dipendenti pubblici sono un esercito ancora più numeroso del nostro, si è passati dal 13,3% al 12,7%. E questo senza naturalmente considerare l’ efficienza dei servizi pubblici. Diversi e speciali Ancora più profonda è però la riflessione che i numeri delle Regioni dovrebbero indurre nei sostenitori del federalismo all’ amatriciana del quale si sta da anni discutendo. Nell’ ultimo rapporto della Confartigianato c’ è una tabella che non ha bisogno di alcun commento. Le 15 Regioni a statuto ordinario, che contano complessivamente 51 milioni e 200 mila abitanti, spendono per il personale regionale 2 miliardi e 313 milioni di euro l’ anno. La sola Regione siciliana, che è però regolata da uno statuto speciale, deve affrontare una spesa per i suoi dipendenti pari al 76,4% di quella cifra: un miliardo 782 milioni. E questo pur avendo una popolazione che è un decimo di quella presente nelle normali Regioni. Spaventoso è il rapporto con il Veneto, che ha più o meno lo stesso numero di abitanti: la Sicilia spende per il personale regionale dodici volte di più. Vero è che fra le Regioni «speciali» c’ è pure chi in proporzione impegna per pagare i propri dipendenti molto più della Sicilia. È il caso della Valle D’ Aosta e delle due Province autonome del Trentino-Alto Adige. Ma questo caso si giustifica con il fatto che l’ autonomia vastissima riguarda anche funzioni come l’ insegnamento scolastico, i cui stipendi sono quindi a carico del bilancio regionale. Clientele locali Non che all’ interno delle stesse Regioni a statuto ordinario non ci siano differenze enormi. Al di là di ogni demagogia, bisogna riconoscere che il Sud, per ragioni economiche ma soprattutto clientelari, si trova in una condizione decisamente peggiore. Se i dipendenti della Regione Lombardia costano 203 milioni di euro, per quelli della Campania (area territoriale che ha un numero di abitanti inferiore del 42%) si spende più del doppio: 408 milioni. Ovvero, 70 euro per ogni residente contro 21. La due diligence condotta dalla Ragioneria generale dello Stato sui conti della Campania dopo le elezioni del 2010 offre un quadro per molti versi incredibile della gestione del personale regionale. Come l’ aspetto che riguarda le cosiddette «progressioni orizzontali». Banalmente, gli aumenti di stipendio non connessi ad avanzamenti di carriera. Fra il 2002 e il 2008 sono stati concessi, scrivono gli ispettori della Ragioneria, «ad una percentuale di personale vicina al 99%». E questo anche quando era prevista una procedura di valutazione dei dipendenti. Tutti evidentemente bravissimi. Unici esclusi, coloro che avevano subito provvedimenti disciplinari o avevano guai con la giustizia. Addirittura impressionante, poi, il dato del Molise. Si tratta della più piccola Regione italiana dopo la Valle D’ Aosta. Eppure ognuno dei suoi 320 mila abitanti spende in teoria 173 euro per le retribuzioni del personale regionale. In rapporto all’ esborso pro capite della Lombardia è una cifra otto volte e mezzo superiore. Supponendo che le retribuzioni siano identiche, per riportare la spesa molisana in linea con quella lombarda sarebbe necessario licenziare circa l’ 85% dei dipendenti.