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Perche’ risparmiare “all’inglese” puo’ favorire anche l’occupazione

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di Maurizio Ferrera

 

Il Patto per l’euro non riguarda solo l’euro. L’accordo raggiunto venerdì scorso dal Consiglio europeo introduce, è vero, nuove e più stringenti regole per la sostenibilità dei conti pubblici e la stabilità finanziaria. Ma (come ha sottolineato Mario Monti su queste colonne) una parte non secondaria del Patto impegna i governi a varare riforme per stimolare la crescita. Particolare rilievo è stato dato al fronte dell’occupazione: i progressi annuali verranno valutati sulla base dei tassi di disoccupazione giovanile e di partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto da parte delle donne. È quasi superfluo sottolineare come questi impegni richiedano uno sforzo massiccio da parte del nostro Paese. I giovani disoccupati sono più del 2596, l’occupazione femminile è ferma al 4796, siamo il fanalino di coda dell’euro zona. Il Patto lascia ai Paesi membri la scelta degli strumenti, ma suggerisce tre priorità: istruzione e programmi di accompagnamento al lavoro, riforme che rendano «conveniente» il lavoro tramite incentivi fiscali e politiche che facilitino l’occupazione femminile. La bozza del Piano nazionale di riforma (Pnr) dello scorso novembre conteneva alcune indicazioni in queste direzioni. Ma gli impegni erano vaghi, i traguardi spesso inferiori a quelli raccomandati dalla Ue. Per convincersene basta una lettura dei Pnr degli altri Paesi. Come bene evidenzia una recente analisi comparativa del Cnel (a firma della consigliera Alessandra Del Boca) il nostro Pnr appare molto debole sia sul piano sia delle diagnosi sia su quello delle proposte e ciò è vero soprattutto per il fronte dell’istruzione e per quello del mercato del lavoro. Nella sua audizione alla Camera di martedì scorso, il ministro Tremonti ha riconosciuto che la bozza di novembre deve essere aggiornata e migliorata e ha fatto un’anticipazione importante: il Pnr definitivo (che dovrà essere presentato a Bruxelles entro metà aprile) punterà molto sul Mezzogiorno. I blocchi alla crescita operano soprattutto nelle regioni meridionali e quasi sempre sono i valori di queste regioni a tirare verso il basso le medie italiane. Tremonti ha ragione: senza una scossa al Sud gli obiettivi di crescita del Patto (e più in generale della strategia «Europa 2020») resteranno irraggiungibili. Ma anche nel Centro-Nord servono stimoli: la disoccupazione giovanile è molto alta in Lazio, Friuli e Piemonte, i tassi di occupazione femminile di Emilia o Lombardia sono almeno dieci punti più bassi di quelli delle regioni più sviluppate dell’Europa continentale o scandinava (quelle con cui è corretto confrontarle). Se il Nord «non è un problema» perché i suoi valori sono anch’essi devianti rispetto agli standard europei? La settimana scorsa il governo inglese (che per ora resta fuori dal Patto) ha varato un duro piano di austerità, volto a contenere il deficit di bilancio. Accanto ai molti tagli, il piano prevede tuttavia nuove spese per migliorare il capitale umano e contrastare la disoccupazione giovanile. Quasi mezzo miliardo di sterline serviranno a rafforzare l’apprendistato, a istituire quaranta nuovi collegi di istruzione tecnica per studenti sino a 19 anni e a promuovere la ricerca scientifica e tecnologica. Una quota consistente di queste risorse saranno investite nelle aree sottosviluppate. La Francia ha lanciato iniziative simili nel 2009, rifinanziate con 15o milioni di euro per l’anno in corso. Ecco qualche esempio concreto da cui trarre ispirazione. Senza obiettare, come spesso succede, che in Italia queste cose sono già previste da qualche piano ministeriale. Servono progetti dettagliati, scadenze precise, impegni di bilancio e, soprattutto, risultati concreti.