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Paure incrociate

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di Fulvio Scaglione
La rissa (verbale e politica) tra Italia e Francia sugli immigrati tunisini delinea una situazione in cui, come capita con le risse, tutti hanno buone ragioni che difendono nel peggiore dei modi. Fino, appunto, ad avere tutti torto. L’Italia ha concesso agli immigrati i permessi di soggiorno temporaneo, giustificati dall’eccezionalità della situazione. La Francia, che pure partecipa dell’Unione Europea e quindi del Trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone, di fatto nega l’esistenza di una crisi nel Mediterraneo (in cui pure interviene con tanto di diplomazia e forze armate) e applica leggi e regolamenti al solo scopo di evitare travasi sul confine. L’Italia, allora, chiede alla Ue di attivare la direttiva per la protezione temporanea dei rifugiati. Rifugiati, si badi bene: ma se sono rifugiati, non dovrebbero cadere le obiezioni dei governatori che, qui da noi, agitano il refrain "clandestini no, rifugiati sì"?

Potremmo andare avanti a lungo. Ma solo per ribadire quanto già sappiamo: l’Unione Europea non ha una politica sulle migrazioni, anche se la questione ha dimensioni, appunto, continentali. Le migrazioni investono l’Unione da Sud (e sono in prima linea Italia, Grecia, Malta) ma anche da Est. Non avendo una strategia la Ue, non ne hanno una degna di tal nome neppure i singoli Stati. L’Italia aveva arruolato Gheddafi, pagando cari i suoi servigi. E ora? La Grecia pensa di costruire un muro sul confine con la Turchia, proprio mentre gli Usa registrano il fallimento del muro lungo il confine col Messico. Malta un po’ respinge e un po’ accoglie.

Il problema, però, non è solo politico. È anche culturale. Molto semplicemente, rifiutiamo la realtà. Nel mondo reale, che eccede la retorica politica, le migrazioni sono un fatto inevitabile. Per due ragioni. La prima è stata descritta con poche e lucide parole dal cardinale Bagnasco nella prolusione all’ultimo Consiglio permanente della Cei: «È un’illusione pensare di vivere in pace tenendo a distanza popoli giovani, stremati dalle privazioni, e in cerca di un soddisfacimento legittimo per la propria fame». Così come illusorio era pensare che la globalizzazione (in pratica, la massima apertura dei confini alla circolazione di merci e capitali) potesse funzionare a senso unico: da "noi" a "loro" e non anche viceversa.

Le migrazioni, quindi, sono inevitabili. Ma sono spesso, e qui sta la seconda ragione, anche utili. Un rapporto appena presentato dal ministero del Lavoro del nostro attuale governo spiega che l’Italia avrà bisogno di quasi 2 milioni di nuovi immigrati da qui al 2020, per tenere in piedi l’attuale assetto economico. Fino al 2000 il numero dei giovani (15-24 anni) che almeno in potenza si proponevano sul mercato del lavoro era superiore al numero di coloro (55-64 anni) che stavano per uscirne. Nel 2008, invece, il numero di quelli che "uscivano" superava già di un milione il numero di coloro che "entravano". Un buco che, sommato alle richieste di industrie e servizi, ovviamente attrae manodopera straniera.

Questa tendenza è comune a tutti i Paesi più sviluppati della Ue. Ed è qui che entra in ballo la cultura, il modo di pensare. Da molti anni descriviamo le migrazioni solo come una seccatura, un problema. Dobbiamo rovesciare la prospettiva: sono inevitabili, in certa misura utili, in qualche caso indispensabili. Solo affrontando la realtà potremo poi prendere le giuste misure per contenerle in limiti accettabili, regolarle con umanità, gestirle senza confusione, renderle profittevoli per i Paesi d’accoglienza.

Ci servirà, tra l’altro, anche a capire qualcosa di più di noi stessi. Di queste nostre società che, ben prima di farsi terrorizzare dagli immigrati, si sono fatte spaventare dal futuro, hanno perso entusiasmo e iniziativa, si sono chiuse nel godimento del benessere raggiunto. Perché questo dice di noi il drammatico calo demografico che solo con gli immigrati riusciamo a mimetizzare.