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Non sprecare vita: l’Italia non è un Paese per giovani

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Talento e futuro sono i due punti che uniscono la rotta della giovinezza. Il primo garantisce cio’ che siamo, misura il valore delle nostre conoscenze o delle nostre abilita’; il secondo e’ l’ansia di trasformare l’energia del presente in una prospettiva di vita, nel sogno realizzato.

L’Italia non e’ un paese per giovani. Non certifica i talenti, non valorizza il merito e non investe sulle nuove generazioni. Spesso le narcotizza con un curriculum formativo scadente e poco esportabile e le obbliga a un’overdose di flessibilita’, correttivo ineluttabile di un modello di lavoro troppo oneroso per un welfare diventato, via via, un lusso europeo. A chi e’ giovane tocca una impossibile fase di iniziazione al lavoro (quasi uno su quattro e’ ora disoccupato del tutto) e un assai incerto futuro previdenziale: non era questo il destino dei loro padri quando avevano la loro eta’. E questo vale oggi sia per un lavoratore dipendente sia per un professionista.

Insomma, se ? per dirla alla Bob Dylan ? essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblo’ della speranza anche quando il mare e’ cattivo e il cielo si e’ stancato di essere azzurro, la barca-Italia fa di tutto per mettere alla prova la determinazione e la voglia di lottare dei suoi ragazzi. I giovani chiedono, se non proprio stabilita’, almeno tutele migliori per gestire le fasi di passaggio da un posto all’altro in questa vita normalmente trapuntata di occasioni di impiego che, alla fine, fanno un complicato rosario lavorativo. Vanno in questa direzione le proposte Confindustria che verranno presentate il 17 novembre a Vicenza: abolizione del valore legale del titolo di studio, migliore diffusione dei prestiti d’onore, rilancio della formazione tecnica, spesso trascurato segreto di molte delle produzioni made in Italy. Ridare dignita’ all’universita’ e’ forse l’unico modo per restituire il senso del futuro alle generazioni di oggi. questo anche lo scopo della riforma Gelmini varata ieri dal consiglio dei ministri: i fondi andranno solo agli atenei virtuosi, saranno aboliti i corsi fittizi, la valutazione dei docenti sara’ a cura degli allievi, aumenteranno le borse di studio per gli studenti piu’ meritevoli. Si fara’ piu’ ricerca e cio’ significa qualita’. Il tutto diventa poi equita’ sociale: un paese con buone universita’ sceglie al meglio la propria classe dirigente. Senza scorciatoie, senza camarille.