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Non sprecare vita. Così possiamo salvare 8milioni di bimbi

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L’hanno chiamato MDG-4, una sigla che sta per Millennium Development Goals for Children Survival. il risultato dello sforzo degli Stati membri delle Nazioni Unite insieme a 23 organizzazioni, fra cui Oms, Unicef, Fao e Banca Mondiale. Volevano ridurre almeno di due terzi il numero dei bambini che muoiono prima dei 5 anni.

Un po’ ci sono riusciti, i dati sono pubblicati nel Lancet di questa settimana. Nel 1970 morivano ogni anno in tutto il mondo ? prima dei cinque anni ? 16 milioni di bambini, nel ’90 12 milioni, 10 milioni nel 2000, oggi 7,7 milioni. una buona notizia, anche se l’obiettivo di ridurre del 4,4 per cento il numero dei bimbi che muoiono ogni anno non e’ stato raggiunto. E poi otto milioni di bambini che moriranno nel 2010 prima ancora di aver compiuto i cinque anni di eta’ sono davvero troppi. Si deve fare di piu’ e lo si deve fare presto, cominciando col chiedersi di cosa muoiono questi bambini. Tre milioni e mezzo muoiono subito dopo la nascita per complicanze della gravidanza, emorragie ed asfissia soprattutto. Gli altri non sopravvivono alle infezioni (polmoniti, diarrea, malaria, Aids, morbillo) e perche’ non mangiano abbastanza. E quattro milioni muoiono in cinque Paesi soltanto: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina. La cosa che colpisce del rapporto del Lancet e’ che tutti questi decessi li si potrebbe evitare con poco, pochissimo. L’allattamento al seno eviterebbe l a morte a 1.300.000 bambini. Se in Africa si diffondesse l’impiego di zanzariere trattate con insetticida si eviterebbero 800.000 morti. Morirebbero nel mondo 2 milioni di bambini in meno se li si potesse vaccinare. E l’acqua pulita eviterebbe altre 2 milioni di morti se solo ci fosse e la si potesse bere. I bambini che muoiono di polmonite e malaria li si potrebbe salvare con farmaci che costano pochissimo. Ma non s’e’ sempre detto che per combattere le malattie anche nei Paesi poveri servono nuovi vaccini, nuovi farmaci e tecnologie d’avanguardia?

Si’, ma l’analisi dei dati dimostra che adesso la sfida e’ un’altra, ovvero fare quello che ha gia’ funzionato da qualche parte e farlo dappertutto. Non serve nemmeno una strategia globale, in posti diversi si possono fare benissimo cose diverse. Ci sono Paesi dove i farmaci contro la malaria li distribuiscono i centri di salute e s’e’ visto che funziona, ma da altre parti i farmaci hanno dovuto portarli a casa dei bambini ? non c’era altro modo per farglieli avere?e va bene lo stesso. Quando in Tanzania il ministro della Salute ha stretto un accordo con i negozianti per promuovere la diffusione delle zanzariere impregnate di insetticida, la mortalita’ da malaria si e’ ridotta del 30 per cento. L’altro giorno, a Washington, Melinda Gates ha annunciato che la sua Fondazione (Bill and Melinda Gates) nei prossimi 5 anni spendera’ per la salute dei bambini e delle mamme un miliardo e mezzo di dollari. Lo fanno perche’ i dati pubblicati in questi giorni dal Lancet dimostrano che con una cifra cosi’ moriranno almeno tre milioni di bambini in meno. Il contributo dei privati e’ fondamentale, poi pero’ serve definire i bisogni, gestire programmi e persone, far arrivare quello che serve dove serve, raccogliere i numeri e analizzarli. Questo e’ compito dei servizi sanitari. Ma i genitori dei bambini piu’ poveri non hanno soldi per pagare i servizi sanitari, e dove sono gratuiti non sempre possono pagare il trasporto all’ambulatorio o all’ospedale. E non c’e’ solo la poverta’. Certe volte e’ l’ignoranza a far morire i bambini. In India il 30 per cento delle madri piu’ povere non sa che le vaccinazioni sono importanti per la salute dei loro bambini, e quelle che lo sanno tante volte non sanno dove portarli.

Aiutare questi bambini a non morire e’ un imperativo etico. Quelli che siedono nei comitati di bioetica delle nazioni ricche potrebbero farsene carico e diventare loro gli avvocati dei bambini presso ciascun governo e con l’opinione pubblica. Negli anni 80 c’e’ stato un movimento globale che ha saputo coinvolgere la gente: genitori, insegnanti, rock star e perfino campioni dello sport. Partiamo da quell’esperienza li’ e proviamo a fare un passo avanti. Solo perche’ nei prossimi dieci anni le piccole cose che salvano da sole milioni di vite arrivino davvero ai bambini che ne hanno bisogno, indipendentemente da dove gli e’ capitato di nascere. Adesso sappiamo che e’ possibile.