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Nella cassetta postale 15 kg di pubblicità all’anno

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Le offerte speciali dei supermercati e i menù delle pizzerie d’asporto. Poi le brochure delle agenzie immobiliari e i fogli che pubblicizzano l’apertura di nuovi negozi. Senza contare i «santini», quando si avvicinano le elezioni. Quanto pesa la pubblicità che ci ritroviamo ogni giorno nella casella della posta? Almeno quindici chili. Il risultato viene da un esperimento fatto da Giovanni Pioltini, assessore all’Ambiente del Comune di Albairate, centro di circa 5 mila abitanti nel Milanese. E considerando che il Comune è piccolo e che la casa dell’assessore non è in centro, possiamo ipotizzare che chi vive nelle grandi città ne riceva anche più.

PUBBLICITÀ AL MACERO – «Per un anno ho raccolto questa pubblicità e l’ho tenuta da parte. Poi l’ho pesata e così mi sono accorto dell’eccezionale quantità che ne riceviamo senza accorgercene. Carta che poi finisce al macero e il costo per smaltirla ricade sul cittadino, che se lo ritrova nella bolletta per la spazzatura” spiega Pioltini. Per questo, il Comune e il Consorzio Navigli, che gestisce la raccolta differenziata nella zona, hanno avviato una campagna per cercare di fermarne la distribuzione. «Invitiamo i cittadini a apporre un adesivo, che forniamo noi, sulla propria casella della posta», spiega il presidente del Consorzio, Carlo Ferrè. «L’adesivo informa che la casella per legge è proprietà privata, quindi si ha il diritto di chiedere che non vi sia inserita della pubblicità indesiderata. Vi sono precisi riferimenti normativi nel codice penale». Difficile tuttavia pensare che la campagna abbia un effetto immediato. «Volevamo dare un segnale», conclude Pioltini. «Cerchiamo di prevenire lo spreco di carta e un’ulteriore produzione di rifiuti. Speriamo che anche altri Comuni ci seguano».

GUERRA AI VOLANTINI – In realtà, Albairate non è il primo Comune che prova a contrastare il volantinaggio. Altri centri hanno vietato la distribuzione porta a porta, perché crea problemi al decoro urbano. Nel 2010, tra i centri che avevano vietato i volantini o stilato un regolamento ad hoc figurano, tra gli altri, Termini Imerese, San Cipirello e Marsala in Sicilia, Mesagne, Erchie e Alezio in Puglia. I divieti, però, sono stati quasi sempre giudicati illegittimi dai Tar competenti. Tra le motivazioni, l’assenza di regolamentazione legislativa di riferimento. E poi la creazione di una disparità di trattamento tra operatori che usano quel tipo di pubblicità e gli altri. Infine, anche il fatto che la sporcizia creata dall’abbandono dei volantini non sia direttamente ricollegabile alla loro distribuzione. In alcuni centri esiste invece una tassazione, per cui anche il Comune riceve introiti in base al numero di volantini distribuiti. «Credo che i Comuni, piuttosto che vietare, debbano regolamentare la distribuzione porta a porta, fermo restando il diritto alla privacy: chi non desidera riceverla può apporre un avviso sulla sua cassetta della posta», sottolinea Pietro Rosa Gastaldo, direttore di Confesercenti Milano, l’organizzazione di cui fa parte anche Federpubblicità. E poi, saranno anche fastidiosi, ma i volantini sono considerati dai consumatori lo strumento di comunicazione più efficace, insieme alla televisione. Lo dicono i risultati di una ricerca svolta nel 2010 da Confesercenti Modena.

5 EURO ALL’ORA – Secondo l’archivio ufficiale delle Camere di commercio italiane, sono 5.123 le società che in Italia si occupano anche di distribuzione di materiale pubblicitario porta a porta. Difficile, invece, arrivare a una stima di quante persone facciano questo lavoro. La agenzie di solito assumono gli addetti per qualche settimana o al massimo tre mesi. La paga? Dai 15 ai 30 euro al giorno, per 4-8 ore di distribuzione. A volte la retribuzione è di circa 5 euro l’ora, ma vi sono imprese che pagano in base al numero di volantini distribuiti: pochi centesimi a brochure.

L’OMBRA DEL RACKET – Una recente indagine della Guardia di finanza di Arzignano, in Veneto, ha invece fatto emergere uno spaventoso fenomeno di sfruttamento, legato a forme di caporalato simili a quelle già diffuse nell’ambito dell’edilizia. Nella zona fra Montecchio, Montebello, Arzignano e Chiampo, nella zona di Vicenza, un gruppo di imprenditori indiani e pachistani avevano messo in piedi una ventina di aziende fantasma create per evadere il fisco, e che aveva ottenuto il monopolio della consegna dei volantini. Gli imprenditori sfruttavano decine di giovani indiani, quasi tutti irregolari, pagati in nero e costretti a lavorare anche per dodici ore al giorno. I ragazzi, reclutati all’alba in alcuni punti di ritrovo, erano costantemente tenuti sotto controllo dai «caporali» con Gps che erano costretti a portare al collo. L’indagine ha portato alla denuncia di 40 persone.