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Monti e la scommessa sulla sobrieta’

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 di Luigi Guiso e Helios Herrera

 

La caduta del governo Berlusconi dopo una protratta agonia pone due quesiti importanti. Primo, che cosa ha reso possibile l’affermarsi di un piattaforma populista in una delle democrazie dell’Europa continentale. Secondo, quali sono i costi economici del populismo e come si manifestano. Quando pensiamo al populismo viene in mente l’America Latina.

Berlusconi, con il suo portamento e le sue gaffes può essere accostato a certi leader populisti del Sud America, come Chavez. Ma a parte queste analogie (non trascurabili) nei tratti e nello stile, il suo populismo è stato, prima facie, piuttosto differente da quello sperimentato nei paesi dell’America Latina e in altri paesi in via di sviluppo.
In America Latina il populismo – inteso come una strategia di costruzione del consenso basata su promesse di redistribuzione alle masse, mentre si nasconde agli elettori l’esistenza di un vincolo di bilancio del governo – sembra fiorire durante i boom economici. In America Latina, i governi populisti raggiungono il massimo successo in tempi di prosperità, quando possono più facilmente implementare politiche di espansione della spesa pubblica, che è infatti pro-ciclica. Lì il populismo coincide con gli eccessi di spesa pubblica nei periodi di boom.

Al contrario, Berlusconi fece la sua prima apparizione e si è afferm stagnazione dell’economia italiana e di aspettative in regresso sul futuro dell’economia. Promesse di redistribuzione, di protezione dalla pressione competitiva dei mercati globali, di imposte più basse sono state offerte esattamente quando queste erano al top della richiesta. Il messaggio populista di Berlusconi è stato venduto agli italiani quando essi ne erano affamati, nascondendo però il vincolo di bilancio. La spesa eccessiva è seguita: il surplus primario era del 5,5% nel 2000 è oggi intorno allo zero.

Perché quindi in America Latina la reclame populista non attecchisce in tempi di magra così come invece è successo in Italia? In aggiunta, è questa una differenza veramente sostanziale? Consideriamo la prima domanda. Un paese come l’Italia, che ha avuto facile accesso al mercato dei capitali potendo collocare ben metà del suo enorme debito all’estero, non aveva finora incontrato difficoltà a finanziare la sua spesa pubblica, che è infatti cresciuta costantemente malgrado l’elevato stock di debito pubblico. Fintanto che i mercati finanziari rimangono "amichevoli" il populismo può attuare (o promettere di attuare) la sua politica.

In aggiunta, governi populisti possono, nei paesi sviluppati, distogliere risorse dai ricchi programmi di finanziamento di beni pubblici che producono i loro benefici solo nel lungo periodo per finanziare il consumo a breve termine e fare trasferimenti – il tipo di spese che rende i loro elettori contenti oggi ma che causerà in loro stessi amari rimpianti nel futuro.
In America Latina gli eccessi di spesa pubblica durante le recessioni hanno provocato spettacolari collassi finanziari. Negli anni Ottanta e Novanta, Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Messico, Perù, sperimentarono iperinflazioni da record o, in loro assenza, massicci default sul debito sovrano per l’impossibilità di onorare l’elevato debito estero. Argentina 2001, Uruguay e Paraguay 2003, Ecuador 2008 sono esempi più recenti, ancora impressi nella nostra memoria. Queste esperienze hanno seriamente compromesso l’accesso di questi paesi ai mercati. Infatti, il debito pubblico in America Latina è in media intorno al 50% del Pil, molto meno che in Europa.

L’eccesso di spesa populista in America Latina avviene nel solo momento in cui può avvenire, quando il governo ha un surplus di bilancio perché ha introitato profitti una tantum dalla vendita di petrolio come in Venezuela o di soia, come in Argentina. Invece di risparmiare questi introiti eccezionali, come dovrebbero, e investirli in progetti a lungo termine per superare alcune delle debolezze strutturali di queste economie, essi vengono distribuiti e consumati subito. Da questo punto di vista – e rispondiamo così alla seconda domanda – l’essenza del populismo è la stessa in America Latina e in Italia: entrambi distolgono risorse dai progetti di investimento a lungo termine per sostenere il consumo corrente (e nutrire così il loro consenso), indebolendo le prospettive di crescita delle loro economie. Il populismo dà l’illusione di un benessere immediato a costo zero; il costo è però solo nascosto o semplicemente procrastinato.

La domanda alla quale oggi non abbiamo risposta è quanto l’esperienza delle settimane passate abbia cambiato le menti dei cittadini italiani: dopo che il Paese è arrivato sull’orlo di un collasso finanziario ed economico saranno gli italiani disposti ancora una volta a spingere al potere un politico che alla prossima recessione cerchi di allettarli con prodighe promesse? Tra i tanti compiti di Mario Monti, vi è anche quello, non tra i più facili, di iniziare a educare i nostri concittadini al realismo e a non cedere a illusorie promesse. Nessuno meglio di lui, anti-populista per eccellenza, può iniziare questo processo.