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Lultima ossessione green degli americani: niente figli, rovinano lambiente

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Le ossessioni non servono per non sprecare. Anzi, possono giocare brutti scherzi. Negli Stati Uniti, per esempio, si moltiplicano le ansie ecologiste delle «Green families», raccontate con le loro paranoie nel nuovo libro di Jonathan Franzen, Freedom, già definito «il nuovo romanzo popolare americano». Secondo un rapporto firmato da Eco Focus le mamme ecologiste sono orma più di 50 milioni: rappresentano un sesto della popolazione e, con i loro figli, valgono un mercato potenziale da 1,45 miliardi di dollari. Quanto basta per scatenare la macchina del marketing del commercio dei prodotti green, con inevitabili speculazioni, e per introdurre nuove scosse nei cenacoli familiari. Un padre che non asseconda la moglie nella riduzione ossessiva dell’uso dell’acqua, quando fa la doccia o si lava i denti, entra nella zona a rischio delle separazioni; una figlia che non usa il cotone biologico viene punita come se avesse marinato la scuola. Ossessioni, appunto.
Ma il rischio più grave di questa singolare febbre dell’ecostenibilità familiare arriva ancora una volta attraverso il circuito mediatico e innanzitutto con la valanga di indicazioni surreali che girano nella rete web. Film, libri, blog: tutto viene orientato a una propaganda a favore di una vita child-free, senza bambini. E se fino a ieri questo tipo di scelta veniva coltivata da una minoranza di personaggi, spesso radicati nel mondo dello spettacolo, adesso dichiararsi apertamente no-kid rappresenta l’ultima frontiera del verbo green. Sempre più blogger documentano la loro decisione come una corretta scelta ecologica, ricordando che un bambino emette 9.441 tonnellate di C02. Da qui lo strampalato passaggio logico: fare figli, considerando la grave situazione in cui versa il pianeta e il livello attuale dell’inquinamento, sarebbe una scelta contraria all’ambiente. Non sostenibile.
Questa retorica ecologista non è un gioco intellettuale né il capriccio di qualche minoranza snob. E’ diventata una moda. Anche ben sostenuta in ambienti scientifici. La famosa agenzia ecologica Ecoage, per esempio, ha recentemente pubblicato un rapporto secondo il quale «uno dei fattori determinanti dei problemi ambientali e sociali del nostro pianeta deriva proprio dalla smodata crescita demografica». Sono parole pesanti, che vengono accompagnate perfino da uno studio dell’evoluzione dell’umanità che mette in relazione il peggioramento delle condizioni ambientali con l’aumento della popolazione. Sarebbe fin troppo facile smontare il contenuto degli studi di Ecoage, ricordando come in molti paesi sviluppati, e tra questi c’è sicuramente l’Italia, semmai il problema è esattamente il contrario: c’è bisogno di una ripresa della crescita demografica per non impoverire la società e anche per arginare la crescente domanda di immigrazione. Ma il punto è un altro. E riguarda i nostri stili di vita: per essere meno spreconi e per migliorare il contesto ambientale non servono scelte radicali e ossessive come quelle di distruggere le famiglie, oppure non farle, ma basta un normale esercizio di buon senso. E magari in casa sarà più facile chiudere un rubinetto in più senza rischiare il divorzio.