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L’occasione sprecata di Parmalat

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di DARIO DI VICO

Verrebbe da dire chapeau ma sarebbe un commento ipocrita e rimarrebbe comunque l’amaro in bocca. Non c’è dubbio infatti che l’intrepida mossa, con la quale i francesi della Lactalis hanno fatto un ulteriore — e forse decisivo — passo in avanti nella scalata Parmalat, suona come una beffa per noi italiani. Il governo di Roma aveva appena detto che stava studiando una legge ad hoc, che avrebbe fatto shopping giuridico e i cugini d’Oltralpe hanno replicato facendo shopping di azioni Parmalat.

Quasi una rappresaglia. Un liberista ortodosso potrà sostenere, in linea con le sue convinzioni, che si è trattato di una vendetta del mercato contro la politica ma non è proprio così. Quello francese è un capitalismo in cui il bianco e il nero non sono poi colori così distinti, è un sistema nazionale di mercato in cui è possibile che una multinazionale non presenti per io anni i suoi bilanci e se la cavi con una piccola e ipocrita multa. Il capitalismo francese obbedisce a regole che permettono a una società come Lactalis, fortemente indebitata, di muovere grazie al supporto incondizionato delle banche nazionali all’assalto di un’altra società che ha in pancia un ricco tesoretto. Infine il mercatismo alla parigina è una dottrina che serve ad affilare i denti delle proprie aziende a caccia di prede e a prospettare l’intervento del Fondo strategico di investimenti a difesa di un’azienda di casa, la Yoplait, minacciata dai perfidi yankee. Ci sarà domani un europeista convinto capace di denunciare con vigore queste asimmetrie? Che fine ha fatto quel sognatore di J0000.acques Attali che aveva steso addirittura 3oo consigli per liberalizzare la Francia? Fa rabbia, dunque, il blitz di Lactalis sulla Parmalat e fa rabbia perché ha messo a nudo tutte le nostre debolezze.

Si tratta di un’azienda — non può essere dimenticato — che è stata risanata grazie a una legge nazionale e al sacrificio del risparmio made in Italy. E che i francesi faranno propria spendendo meno di quanto troveranno in cassa. Ma al di qua delle Alpi non occorreva certo aspettare l’imminenza dell’assemblea per accorgersi che la multinazionale emiliana era un boccone prelibato quanto indifeso. Da tempo infatti le indiscrezioni e i rumors registrati dai cronisti finanziari segnalavano movimenti di truppe alla frontiera. E il management, che pure puntava alla riconferma, avrebbe dovuto studiare una più convincente strategia di difesa dell’azienda. Invece si è lasciato per troppo tempo il monopolio della ribalta a tre fondi stranieri privi di una vera strategia e che un giorno sì e un giorno no promettevano di ingaggiare per rilanciare la Parmalat il Maradona dell’industria del food. Ci sarà tutto il tempo per riprendere questi discorsi, per valutare le pigrizie del nostro nanocapitalismo, per capire quanto ripiegate su se stesse e sui propri conflitti siano le élite della nostra finanza ma oggi la domanda è una: i giochi sono fatti o c’è ancora una tenue speranza che la Parmalat resti italiana? In chiave di mercato è chiaro che lo spazio per una controffensiva c’è. Ma solo in teoria, purtroppo. La Lactalis ha il 29% del capitale e il flottante è stimato attorno al 5596, di conseguenza un’Opa totalitaria condotta con accortezza potrebbe avere successo. Tocca ai soggetti che si sono esposti a vario titolo nei giorni scorsi (Banca Intesa, Ferrero, Granarolo, Legacoop) e quelli dell’ultima ora (Unicredit) interrogarsi e dare la risposta sapendo che la Parmalat ha in pancia 1,5 miliardi di liquidità, che il latte è una straordinaria leva finanziaria e che la logistica del gruppo di Collecchio è strategica per l’espansione del made in Italy all’estero. Ma crederci può essere solo un atto di fede e comunque un’iniziativa più tempestiva (ante Lactalis per capirci) avrebbe richiesto un investimento molto più basso. Restano il governo e le sue incoerenze. Per mesi e mesi si è disinteressato di politica industriale ed è sembrato più dedito a coltivare la geopolitica del gas sull’asse Gheddafi-Putin, ora si accorge che mentre schiacciava un pisolino i nostri concorrenti elaboravano piani d’assalto. E soprattutto si rende conto che ciò che tiene insieme il Paese sono le esportazioni dei nostri brand più affermati e dei nostri Piccoli imprenditori capaci di costruire reti lunghe. Ma uno dopo l’altro i marchi di prestigio s’en vont e il ministro Giulio Tremonti si appresta, in zona Cesarini, a formulare una legge di tutela dei settori strategici. Se le anticipazioni saranno confermate il governo avrebbe in caso di acquisizione ostile dall’estero una sorta di golden share. Auguri, Italia. Ne hai bisogno.