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Lo Stato che non paga le aziende significa una catena di sprechi. E un’economia che perde soldi, crescita e lavoro

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Mentre il governo sembra pronto a mettere sul tavolo una dote di sei miliardi di euro per estinguere vecchi debiti della pubblica amministrazione con i fornitori, migliaia di imprese e migliaia di piccoli capitani d’azienda che ogni giorno rischiano in proprio si ritrovano con le spalle al muro per lo stesso problema: lo Stato che non paga. Con uno spreco enorme di risorse, di tempi vitali per qualsiasi attività economica, di capacità produttive. E con danni a cascata per l’intero sistema Italia, dove il denaro circola con enorme fatica, le aziende rischiano di portare i libri in tribunale per crediti non onorati e i lavoratori perdono il posto.
Secondo i dati della Banca d’Italia, scritti della relazione annuale del 2011, lo Stato si presenta con il volto di un pessimo pagatore, concentrando nei suoi diversi centri di spesa debiti commerciali pari al 4 per cento del pil (il famoso prodotto interno lordo che indica, tra l’altro, la crescita o la recessione di un Paese), cioè 62,5 miliardi di euro. I calcoli della Banca d’Italia sono perfino riduttivi rispetto a quelli di Confindustria e di Abi, in base ai quali il credito delle aziende oscilla tra i 70 e i 100 miliardi di euro. Stiamo parlando, comunque, di una montagna di denaro che, una volta erogato, darebbe una scossa vitale all’intera economia nazionale. E stiamo parlando anche di 180 giorni, sei mesi, che rappresentano il periodo medio nel quale un’impresa italiana vede pagata una propria fornitura, e se poi l’impresa creditrice ha la sventura di rifornire un ente locale del Mezzogiorno, per una Asl della Calabria o della Campania, il numero del macroscopico ritardo può salire anche di dieci volte. Giusto il tempo necessario per fallire. 
L’anomalia di questi metodi di pagamenti con tempi biblici è un’altra delle particolarità del caso italiano, considerando il confronto con i paesi nostri soci in Europa: la Francia paga le aziende che lavorano per lo Stato  in 56 giorni, la Germania in 34 giorni, e perfino la Grecia, disastrata, corrotta e con i conti pubblici truccati, paga meglio dell’Italia, con 113 giorni di attesa. Il circolo vizioso che si apre in seguito a un sistema così poco efficiente e trasparente si traduce in una gigantesca catena di sprechi. La pubblica amministrazione, intanto, non paga in tempi regolari non solo per mancanza di fondi ma anche, e talvolta innanzitutto, per una scelta culturale, cioè per quella burocrazia, una montagna di firme e di cavilli, che frena e azzoppa l’economia italiana. Ritardare una scadenza da onorare è una consuetudine, una prassi ordinaria, in qualsiasi girone dove lo Stato  esercita il ruolo del committente. E aggirare l’ostacolo, talvolta, significa semplicemente attivare le leve della corruzione per sbloccare pratiche che dovrebbero invece procedere senza ostacoli. Un altro spreco è il colpo al cuore che viene dato a imprese innovative, quelle che ancora puntano sulla ricerca e sulla qualità dei prodotti: per loro incassare con tanto ritardo una fattura significa privarsi delle risorse indispensabili per nuovi investimenti e per nuova occupazione. Poi ci sono gli sprechi indotti: lo Stato, ritenuto un pagatore non credibile, viene considerato come la peste sia dalle banche, quando si tratta di scontare fatture emesse da aziende fornitrici, sia dalle stesse imprese che, quando possono, evitano questo tipo di contratti. Infine all’orizzonte appare la nuvola di un gigantesco contenzioso da aule dei tribunali già cariche di dossier e di procedimenti, visto che l’imprenditore che non incassa i suoi soldi si rivolge a un’altra lumaca del sistema Italia: la Giustizia. E, prima o poi, vince anche la causa, con ulteriori oneri per la pubblica amministrazione e per i bilanci pubblici.