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Lo spreco delle baby-pensioni. In Sicilia bastano 16 anni di contributi.

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di Antonio Rossitto

Sedici anni, 10 mesi e 30 giorni di onorato servizio alla forestale di Galati Mamertino, nel parco dei Nebrodi, per l’ispettore capo Totò Barbitta sono stati più che sufficienti. Dal 1° gennaio 2009 il suo nome compare nel corposo elenco dei baby pensionati siciliani e forse anche in quello dei record, visti i tempi magri e auspicabilmente austeri. A riposo con la metà dell’anzianità normalmente prevista (40 anni) e con due decenni di anticipo sull’età richiesta ai comuni connazionali (65 anni). Per il suo invidiabile primato, Barbitta deve ringraziare la 104, una leggina del 2000 che permette ai dipendenti della Regione Siciliana di congedarsi dal lavoro con siderale anticipo: 25 anni di contributi per gli uomini e 20 per le donne. Ma in certi casi ne bastano meno, anche 16. Il requisito è uno solo: un parente prossimo da accudire. Applicata con relativa morigeratezza nei primi tempi, la 104 negli ultimi anni è esplosa: dal 2008 a oggi 682 regionali si sono ritirati anzitempo. E 151 di loro hanno chiuso la loro carriera a meno di 50 anni. Per tutti, una pensione praticamente identica all’ultimo stipendio. Moglie, figli o genitori da curare amorevolmente. Missione nella quale lo stesso Barbitta non sembra però essersi profuso granché: «È emigrato in Germania: adesso lavora in un ristorante» sostiene la cognata dell’ex ispettore capo.

Il forestale messinese, l’impiegata dell’ufficio collocamento a riposo compiuti i 40 anni, la dirigente delle Pari opportunità che ha smesso raggiunte le 46 primavere, il capo di gabinetto andato via a 51, incassata l’ultima promozione… la casistica è polimorfa e sterminata. Ma il succo è sempre lo stesso: una baby pensione in tasca e una vita ancora davanti. Da emigrante. Da libero professionista. E da politico. Tanto, paga la regione…

Agli ex operai veneti che passano il tempo ai giardinetti con i nipotini dopo 40 anni di sudori, il nome di Pier Carmelo Russo dirà pochino. Eppure nell’isola la sua parabola è già leggenda. Potentissimo e riveritissimo segretario generale della regione, il 28 dicembre 2009 ottiene il prepensionamento per assistere il padre infermo. Non gli va male: con 27 anni di contributi, Russo intascherà quasi 11 mila euro lordi al mese. Il sacrificio, del resto, è per una buona causa: dedicarsi al genitore. Ma il richiamo della politica è un canto delle sirene. Il giorno successivo il sofferto addio alla regione, Russo è già assessore all’Energia della giunta guidata da Raffaele Lombardo. Uscito dalla luminosa finestra del soggiorno è rientrato dal portone intarsiato di noce. Al periodico siciliano S che, scoperta la curiosa tempistica, piazza il suo volto in copertina sotto la scritta «La pacchia», Russo polemicamente ribatte: «Ho raggiunto presto il massimo della carriera burocratica, poi ho preferito il mio amatissimo padre. E ho devoluto la mia indennità di assessore in beneficenza».

Caso tutt’altro che isolato, quello di Russo. Mariella Muti, ex sovrintendente di Siracusa, va in pensione il 1° dicembre 2010, a 55 anni, per accudire la madre. Cinque giorni dopo giura come assessore alla Cultura del Comune di Siracusa: «Non prendo però mica tutti i soldi di Russo» si difende. «Fare l’assessore non è poi così impegnativo». Ma poi, in un rigurgito giovanile e solidarista, ammette: «Mio figlio lavora per 12 ore al giorno in una banca d’affari e guadagna 870 euro al mese. Ne sono consapevole: mi sto mangiando il suo futuro».

Assessore al Patrimonio del Comune di Palermo è il cinquantatreenne Eugenio Randi: «Mio padre era gravemente malato e anch’io ho fatto questa scelta» chiarisce. «La mia carica politica, del resto, non richiede una presenza fissa come quando ero funzionario all’assessorato al Lavoro». Impiego che Randi ha mantenuto fino al maggio 2010, quando è andato in pensione con 29 anni di servizio. Cinque mesi dopo, a ottobre 2010 è tornato a guidare un assessorato: «Non è una professione» precisa «ma un incarico per cui viene data un’indennità, che abbisogna di studio e non di presenza fissa».

Emanuele Schiavo, detto «Liddo», decide di abbandonare a 55 anni. Attuale capogruppo del Pd nel consiglio provinciale di Siracusa, Schiavo lascia il suo posto da funzionario il 1° settembre 2010. Suo padre, leucemico, muore un mese dopo. Schiavo però mantiene il suo privilegio vita natural durante. Forse è per questo che, riferendosi alla sua madre putativa, la regione, sostiene di essere stato «un figlio ingrato». Ma tant’è. Il politico siracusano, del resto, è in foltissima compagnia.

Duro e puro della lotta «ai privilegi della casta» è sempre stato il suo collega Calogero Gambino, 53 anni, consigliere provinciale a Palermo fino al 2008: prima Udeur, poi An, infine La Destra. Per se stesso però ha chiesto e ottenuto una deroga. Dal 1° gennaio 2009 è in pensione, sempre grazie alla mitologica 104: «Per me è stata una grazia di Dio, perché mia madre era grave. Però non posso negare che andare in pensione a 50 anni è un privilegio». Adesso Gambino si è ritirato dalla politica. Fa il conciliatore e nostalgicamente ammette: «La mamma è morta e a me piacerebbe rientrare alla regione. Ma purtroppo non si può. Dura lex, sed lex».

Attualmente in lizza per entrare nel consiglio comunale di Lentini, nel Siracusano, è Maurizio Ragaglia. A riposo dal 7 ottobre 2010. «Mia madre era malata» racconta «però purtroppo è morta due mesi dopo». Anche per Ragaglia diritto acquisito non si tocca. E così l’ex dirigente dell’assessorato all’Agricoltura ha cercato di mettere a frutto (letteralmente) l’impiego di una vita. «Con i 70 mila euro di liquidazione» spiega «ho comprato un agrumeto di 5 ettari, di cui adesso mi occupo. In più faccio qualche consulenza». E poi c’è la passione per la politica: a fine maggio ci sono le elezioni comunali. E Ragaglia corre per il Fli. Unavita davanti, appunto. Grazie anche ai favorevolissimi criteri previdenziali siciliani. L’agronomo ha lasciato il posto dopo 26 anni di servizio: uno in più del minimo richiesto dalla 104. L’ultimo stipendio di Ragaglia era di 2.500 euro. La sua pensione è di appena 100 euro più bassa. «Del resto» commenta l’ex dirigente «si sa che la regione è generosa con i suoi dipendenti».

Inequivocabile. E drammatico. La leggina peserà sui già disastrati conti siciliani per decenni. E mentre centinaia di burocrati e funzionari vanno in pensione anticipatissima, la regione ha ripreso ad assumere massicciamente: a gennaio sono entrati in organico 4.843 precari. «Alla luce dell’aumento dei casi, c’è bisogno certamente di rivedere i criteri» ammette lo stesso assessore alla Funzione pubblica, Caterina Chinnici. «La 104 si potrebbe limitare ai casi di handicap grave» suggerisce Ignazio Tozzo, direttore del Fondo pensioni della Sicilia. «Anche se forse sarebbe meglio eliminarla del tutto». Per il momento però i privilegi restano intonsi. E i controlli relativi: la gravità delle malattie viene stabilita dalla asl dopo visite quantomeno superficiali. Così come nessuno verifica se il parente viene accudito per davvero.

Attività in cui assicura di essersi buttato a capofitto Cosimo Aiello, 51 anni. È l’ultima pietra dello scandalo: «La prego, cerchi di capire il momento» implora. «Anche adesso sono in clinica da mia madre» dice con voce strozzata. Aiello è stato un superdirigente della regione per 30 anni, fino allo scorso 31 marzo, quando ha approfittato della solita 104: era stato da poco nominato capo di gabinetto proprio dell’assessore Chinnici. Che, dopo il suo baby pensionamento, lo ha immediatamente richiamato come consulente: «a titolo gratuito». Aiello, comunque, mantiene una sfilza di cariche: siede nel comitato consultivo della banca Irfis, presiede il consiglio dell’Ente regionale per il diritto allo studio di Catania e, sempre nel capoluogo etneo, è consulente per il bilancio del Teatro Bellini. Mansione per la quale è profumatamente remunerato: Sudpress, periodico catanese, ha scritto 83.600 euro per 21 mesi. Il suo contratto scadrebbe alla fine di quest’anno.

Anche Loredana Ciriminna era una stimata dirigente delle Pari opportunità. È andata a riposo a 46 anni grazie all’unicità della leggina made in Sicily. Il 26 aprile 2010 ha salutato tutti gli aspiranti pensionati d’Italia e si è dedicata alla cura e all’assistenza del congiunto malato.

Per una nutrita pattuglia di forestali siciliani le cose vanno pure meglio. La previdenza, considerato il lavoro usurante, regala loro un anno ogni cinque di servizio. Succede così che un ispettore, grazie alla 104, riesca a ritirarsi dopo vent’anni di carriera. O anche meno: basta riscattare il servizio militare ed eventuali lavoretti precedenti. È per questo che Barbitta, l’ispettore capo, ha potuto lasciare a 45 primavere con meno di 17 anni di servizio. Che, considerata un’aspettattiva di vita di 85 anni, potrebbero garantirgli 40 anni di pensione: cioè più di 1 milione in   cambio di qualche decina di migliaia di euro versati alla previdenza. Un caso non certo isolato. Il suo vecchio collega palermitano, l’ispettore superiore Calogero Matranga, è lapidario: «Non posso dirle niente. Mi scusi, ma devo andare a prendere mio figlio a scuola». Fa niente che siano ormai quasi le 3 di pomeriggio. Anche Matranga, del resto, è un baby pensionato da manuale: ha mollato a 46 anni.

Robetta in confronto all’impresa di Giovannella Scifo: ex dipendente dell’ufficio collocamento di Modica, nel Ragusano, si è collocata a riposo con un certo anticipo sulla tabella di marcia imposta ai comuni mortali. Il 1° febbraio 2008 ha smesso di lavorare. Dopo 18 anni e 10 mesi di ligia carriera Giovannella è andata in pensione a 40 anni appena compiuti. «Non le posso dare informazioni» risponde gentilmente al telefono. E perché? «C’è la privacy». Ma il suo è un caso. «Che dice? Mica sono un caso patologico!». Ma da primato sì: in pensione a 40 anni… «Guardi, non ho proprio niente da commentare» si schermisce. E, sardonica, aggiunge: «Le consiglio però di riguardarsi la norma». Ha solo applicato una legge, Giovannella. Auguri a lei, che ha un avvenire davanti. E alla sua regione, che invece non ce l’ha.