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Liti e ricorsi spengono le nuove centrali

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Chi ricorda il black out elettrico del settembre 2003? Mezza Italia a luci spente, tv e radio fuori uso, frigoriferi e congelatori inutilizzabili, ascensori bloccati. Negli ospedali e nelle imprese la “salvezza” dei gruppi elettrogeni (quando c’erano e funzionavano). Fu la prova evidente di come il Paese avesse un bisogno urgente di nuova energia. Oggi, a distanza di oltre sei anni, sono cambiate molte cose: il Parlamento ha varato norme sblocca-centrali che hanno (un po’) agevolato l’ammodernamento tecnologico e la costruzione di alcuni nuovi impianti con 18mila megawatt di nuova offerta. Ma che fatica. Si’, perche’ i tempi di costruzione di una centrale – dall’autorizzazione all’accensione delle turbine – variano ancora da 4 a 6 anni, sempre che non intervenga qualche sentenza che azzeri tutto. Insomma, chi si era illuso che la lezione del black out spianasse la strada a iter semplificati deve, almeno in parte, ricredersi. Il percorso per la realizzazione di una centrale elettrica, nonostante i buoni propositi, resta tortuoso e accidentato. Stretto tra autorizzazioni ministeriali e regionali, monitoraggi ambientali, attenzione agli equilibri politici locali e contestazioni dei comitati cittadini.
Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, dal 2002 sono stati autorizzati – tra nuovi siti e potenziamenti di quelli esistenti – una quarantina di progetti. Di questi, 23 stanno superando (o hanno superato) i ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato o sono in attesa di licenze edilizie. Di sicuro per una dozzina di impianti l’avvio dei lavori e’ condizionato dall’esito dei contenziosi in corso.