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L’Italia perde colpi nella libertà economica

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di Eliana Di Caro

L’Italia perde colpi nella libertà economica La notizia positiva è che nel mondo, in particolare nei paesi emergenti, ci sarebbe un lievissimo progresso sul fronte della capacità di fare business e di mettere in campo le condizioni migliori per lo sviluppo economico; quella negativa è che l’Italia invece arretra, non crea un ambiente favorevole alla crescita imprenditoriale, frenata da intoppi burocratici e dalla percezione di una corruzione diffusa, soprattutto al sud. È il verdetto dell’Index of economic freedom, elaborato ogni anno dalla Heritage Foundation, un think tank di Washington, e dal Wall Street Journal, e presentato oggi dalla Camera di commercio americana.

Il rapporto prende in considerazione 183 paesi sulla base di 10 parametri, tra cui la libertà fiscale, quella di investimento, quella finanziaria, la regolamentazione del mercato del lavoro, la lotta alla corruzione. In cima alla classifica c’è Hong Kong, seguita da Singapore e Australia. Gli Stati Uniti sono soltanto noni, in calo di una posizione (occupata ora dalla Danimarca) rispetto all’anno scorso: pagano ancora l’interventismo anti-crisi dell’amministrazione Obama, che avrebbe limitato la libertà economica e una competitività di lungo termine.

E l’Italia? Tenetevi forte, è addirittura 87esima, 13 posti indietro rispetto al 2010. Se si pensa che il Bahrein, in questi giorni scosso dalle rivolte dell’opposizione contro la dinastia al-Khalifa, è incredibilmente in decima posizione, la cosa colpisce non poco. Ma il Bahrein, con uno score di 77,7, è una piazza avanzata sul fronte della libertà di investimento e della flessibilità nel mercato del lavoro ed è il primo su 17 paesi del Medio Oriente/Nord Africa per economic freedom. L’Italia (preceduta anche da paesi come l’Uruguay al 33° posto, il Botswana al 40°, la Bulgaria al 60°, l’Uganda all’80°), ha un indice di 60,3, pari a quello della Grecia. Guardando nel dettaglio le voci che compongono il livello di libertà economica, emergono le debolezze di casa nostra: da 0 a 100, collezioniamo appena 44,4 punti nel capitolo "mercato del lavoro" (in calo di 13,8 punti rispetto allo scorso anno), dove si denunciano deficienze di sistema che ostacolano la crescita dell’occupazione. Nella lotta alla corruzione siamo fermi a 43 (meno 5 punti rispetto al 2010): proprio la corruzione e la criminalità organizzata costituiscono i maggiori freni per chi vuole investire nel sud del paese e in generale per la crescita economica del Mezzogiorno. Altro fattore critico è quello della proprietà intellettuale (50 punti, in calo di 5). Qui si rileva l’estrema lentezza delle procedure giudiziarie, e una tutela dei diritti nettamente inferiore a quella garantita dagli altri paesi dell’Europa occidentale.

Nonostante la cattiva performance italiana, qualche spiraglio di ottimismo c’è se è vero che la media dell’indice di libertà economica a livello globale è salita da 59,4 a 59,7. Soprattutto, è confortante che i segnali di miglioramento arrivino da macro regioni come l’Africa subsahariana (+0,6) o Sud e Centro America (+0,5).