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L’Italia che reagisce

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C’e’ un’Italia che non finisce mai di sorprendere. In positivo. Si e’ messa in marcia, gia’ poche ore dopo il terremoto, e ha rovesciato sulle macerie di paesi ridotti a polvere, sui corpi straziati dalle scosse assassine, un’onda impetuosa gonfiata dal coraggio, dalla solidarieta’, da un desiderio istintivo di dare una mano. Abbiamo visto gente comune, arrivata da tutta la penisola, scavare a mani nude, come se tra i resti di un palazzo ci fossero da salvare anche i loro figli, i loro genitori. Una mobilitazione spontanea e’ cresciuta di ora in ora, di minuto in minuto, come se una regia misteriosa avesse spinto tutti a dare un contributo concreto, a sentirsi partecipi di una tragedia collettiva, di un lutto il cui confine non e’ l’epicentro del terremoto. Viveri, soldi, vestiti: la carovana degli aiuti e’ diventata interminabile e in alcuni casi, come a Bergamo, e’ stato necessario bloccare gli invii perche’ erano troppi e rischiavano di disperdersi. Nel giorno piu’ nero, il lunedi’ dei morti che aumentavano e dei vivi che mancavano all’appello, ero in Veneto per lavoro, e i giornali e le tv locali riportavano le decine di iniziative spontanee in soccorso dell’Abruzzo devastato. Pagine intere, un’impressionante corsa popolare per non lasciare sole le vittime del disastro. Questa Italia e’ la migliore che abbiamo, e’ la nostra riserva umana, e’ il patrimonio sommerso di un Paese dove un cittadino su quattro e’ impegnato nel volontariato. E’ un’Italia che cancella in un colpo solo i suoi rancori, le divisioni di una comunita’ sfarinata, le tossine di una societa’ afflitta dal virus della mucillagine.
Una volta tanto, e anche questa e’ una sorpresa positiva, la solidarieta’ dal basso si e’ incrociata con gli interventi dall’alto. In Abruzzo abbiamo visto in campo lo Stato, dal primo momento, con tempestivita’ ed efficacia. Carabinieri, poliziotti, guardie di finanza, forestali e vigili del fuoco: circondati, nel loro lavoro quotidiano, dai vertici delle istituzioni che hanno fatto sentire il peso delle loro responsabilita’. Senza troppa retorica, ma con molta determinazione. Chi ha memoria di altre tragedie, sa bene che non e’ andata sempre cosi’, e questo giornale, nei terribili giorni del terremoto in Irpinia nel lontano 1980, pubblico’ in prima pagina un titolo rimasto scolpito nella storia: Fate presto. Ecco, in Abruzzo si e’ fatto presto e bene, almeno finora, anche se lo Stato, oltre ai soccorsi ed a una rapida ricostruzione, deve dare delle risposte ai contorni piu’ oscuri della tragedia. Perche’ un ospedale costato dieci volte quanto era previsto e costruito in 25 anni e’ crollato come un edificio di cartapesta? Perche’ una legge antisismica, in vigore da quattro anni, non e’ stata applicata? Ci sara’ tempo e modo per avere delle risposte, e il popolo che si e’ messo in marcia in questi giorni sulla strada della solidarieta’ potra’ fare sentire la sua voce, l’urlo indignato dell’opinione pubblica. Intanto, c’e’ un’occasione immediata per saldare, non solo simbolicamente, il contributo di milioni di volontari con l’azione amministrativa della autorita’. Si preveda subito una tabella di marcia per ricostruire in tempi certi e stretti il palazzo della Gioventu’ crollato a L’Aquila, magari con il contributo di qualcuna delle sottoscrizioni in corso. Si scavalchino ostacoli burocratici, procedure, e tempi biblici di un’ordinaria gara di appalto, e si restituisca al piu’ presto un luogo cosi’ simbolico di questa tragedia. Sarebbe un segnale importante di un nuovo stile nell’affrontare l’emergenza, senza ridurla dopo il momento del dolore all’oblio e all’abbandono. E sarebbe la risposta piu’ efficace a una citta’ che oggi ha le sembianze di un fantasma ed a un popolo di italiani fai-da-te che meritano la nostra gratitudine e hanno conquistato il nostro cuore.