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L’efficienza dell’ufficio di Modena

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Si allontana l’incubo dei 400 giorni di attesa per un permesso di soggiorno, la burocrazia cambia marcia e prova a recuperare.

L’ufficio battistrada abita a Modena, dove l’istruttoria delle pratiche per i flussi d’ingresso 2010 è stata completata in tempi record alla Direzione provinciale del lavoro (Dpl): la graduatoria con i nominativi dei datori di lavoro che – per velocità o per buona sorte – si sono aggiudicati una delle assunzioni regolari in palio è passata alla fase successiva, agli uffici della Prefettura. È qui che vengono convocati i datori di lavoro, solo alcuni di quelli che a fine gennaio hanno partecipato alla gara telematica dei tre click day, più di 400mila in tutta Italia per 83mila posti di lavoro. «È diventata una sanatoria continua ed è sempre più una lotteria. Qui sono arrivate più di 10mila domande e il tutto è durato 25-30 secondi al massimo – ammette Eufranio Massi, responsabile della Dpl modenese – La nostra Provincia ha un’alta concentrazione di stranieri, conta 80mila immigrati regolari. Solo i più fortunati e più veloci si sono classificati e sono arrivati all’istruttoria».

 

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Con un sito-modello che totalizza 70mila accessi alla settimana, la Dpl di Modena è già un punto di riferimento per gli addetti ai lavori. Ma l’ultima performance ha stupito tutti: l’esame delle pratiche è stato affidato a un solo funzionario, ispettore del lavoro distaccato per un periodo dall’ordinaria attività di vigilanza. E l’efficienza di Modena ha fatto scalpore, con il passaparola tra i 5 milioni d’immigrati regolari che vivono e lavorano in Italia. Tempi record che per un po’ fanno dimenticare le lunghe code e i mesi di attesa a cui gli immigrati sono abituati per ottenere il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno. «È razzismo burocratico», denunciano gli stranieri. «È vero, la burocrazia è il male inestirpabile del nostro Paese, ma è anche questione di organizzazione», replica il direttore della Dpl di Modena.

Certo, i 103 sportelli unici dell’immigrazione, uno in ogni Prefettura, sono sottodimensionati rispetto all’Italia multietnica di oggi. Creati nel 2005, avrebbero dovuto essere uffici modello, responsabili «dell’intero procedimento relativo all’assunzione di lavoratori subordinati stranieri». Ma la mission è fallita: lo ha decretato l’indagine svolta qualche anno fa dalla Corte dei conti. E lo confermano le grandezze: una squadra di un migliaio di dipendenti in tutta Italia, otto su dieci impiegati precari.