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Le «nannies» in fuga dal Paese di Al Jazeera

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L’emiro del Qatar, un Paese di 200 mila cittadini, è sempre di più influente nel mondo per una ragione insieme semplice e raffinata: è l’editore unico di Al Jazeera, la tivù che ispira molte delle rivolte democratiche nel mondo arabo. La sue moglie prediletta, la sceicca Mosa è bella, moderna, brava a esprimere le idee e le sfumature che piacciono in posti come  Davos o in una serata di beneficienza nella City di Londra. Ma… c’è un ma. In Qatar migliaia di donne vivono sequestrate.

Se non ci credete, andate a vedere (se ve lo permettono) un posto accanto all’ambasciata delle Filippine che si presenta come «Philippine Overseas Labour Office». Asserragliate là dentro e in altri posti simili a Doha soggiornano centinaia di balie e domestiche in fuga. Sono le nannies filippine, etiopi o nepalesi fuggite dalle ville dei qatarini dove vengono regolarmente molestate e aggredite dai maschi di famiglia, padri e rampolli di casa.

La legge locale impedisce loro di uscire dal Qatar o di cercarsi un altro impiego senza il nulla osta del datore di lavoro del momento. Uno straniero è di fatto uno schiavo nelle mani di chi lo ha assunto. Una straniera lo è ancora di più. È per questo che certe ambasciate di Doha hanno allestito delle dépendances che sono di fatto campi di rifugiate illegali: là dentro vive un’umanità fuggita dalle ville, per questo minacciata d’arresto, arenata, ridotta in una zona grigia dove non resta più possibilità né di partire, né di restare.

L’India, l’Indonesia, il Pakistan e il Bangladesh sono arrivati al punto di proibire alle loro cittadine donne di recarsi in Qatar.

Le vaste riserve di gas naturale, i miliardi dell’emiro e il fascino cosmopolita di sua moglie hanno comprato al piccolo regno la rispettabilità internazionale. Al Jazeera gli ha dato soft power perché parla agli arabi di libertà e ispira il loro coraggio nelle rivolte. E l’editore di Al Jazeera che fa?