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Le Green Schools di Mario Cucinella nella Striscia di Gaza

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“Non è soltanto una questione di tecnologie, ma anche di conoscenze. Con il nostro lavoro cerchiamo di trasferire dei saperi in ambito ambientale”. Così si è espresso Mario Cucinella, archistar italiana con studio a Bologna, in occasione della presentazione – alla Conferenza sul Clima di Durban di dicembre – del progetto Green Schools, frutto di un accordo con la UNRWA, la United Nations Relief & Works Agency . Il progetto è infatti molto forte anche politicamente: intende promuovere un modello di scuola sostenibile destinata ai giovani residenti nei campi profughi palestinesi di Gaza, un territorio totalmente dipendente da Israele, sia per le fonti energetiche che idriche, dove l’Agenzia delle Nazioni Unite intende realizzare 100 nuovi edifici scolastici, di cui 20 Green Building.

Grazie a nuove tecniche costruttive (il sapere) e al supporto della tecnologia, edificare una scuola a Gaza, oggi è possibile, nonostante le condizioni proibitive. Ed è un grande passo avanti per il benessere delle nuove generazioni. “Far sì che i bambini studino in scuole quantomeno decenti ci sembra un elemento fondamentale per uno sviluppo sostenibile”, precisa Cucinella.

L’idea delle Green Schools parte proprio dal contesto economico e sociale nei territori palestinesi, dove  la carenza d’acqua, il basso livello di comfort e il prezzo elevato dell’energia, sono le questioni più difficili da risolvere. La sfida progettuale è costruire un edificio autosufficiente, in grado di produrre tutta l’energia di cui ha bisogno, attraverso le risorse rinnovabili disponibili in loco (energia solare e geotermica) e capace di coprire l’intero fabbisogno di acqua per le pulizie, i servizi igienici e l’irrigazione, grazie al recupero delle acque piovane in copertura e al trattamento delle acque reflue tramite la fitodepurazione. Il disegno progettuale promuove l’utilizzo di materiali disponibili localmente e l’adozione di semplici sistemi costruttivi, in modo da limitare i costi di realizzazione e facilitare le operazioni di cantiere, dove potranno essere coinvolti gli stessi rifugiati.

 Arch. Cucinella, come si fa a costruire una scuola del tutto autosufficiente dal punto di vista energetico in condizioni difficili come quelle di Gaza?
A Gaza la dipendenza energetica da Israele è totale e fornita, per altro, in modo irregolare: l’elettricità arriva con un black out di 40-60 ore a settimana. L’altro problema deriva dall’acqua, perché le acque superficiali sono tutte inquinate per la mancanza di sistemi di fognatura e di depurazione e non è possibile accedere a falde molto profonde. C’è dunque una difficoltà di accesso alle risorse primarie. In questo quadro ci è sembrato interessante presentare all’ONU un primo esperimento di scuola green. L’idea è stata accolta con molto interesse ed è stata già finanziata dalla Banca Islamica per lo Sviluppo. Proprio la settimana scorsa siamo tornati da un ultimo meeting in cui abbiamo deciso il sito e abbiamo dato avvio ai lavori. Il progetto è complicato perché, avendo scarse risorse economiche e tecnologiche, siamo stati costretti a ripercorre, attualizzandole, tradizioni millenarie, come quella di raffrescare l’aria sotto l’edificio, utilizzare dei camini solari per ventilare le classi e proteggerle dal sole, disegnare la forma dell’edificio in modo da poter raccogliere e massimizzare l’uso delle acque piovane (scarse ma che garantiscono comunque 400 mm d’acqua nel corso dell’anno), che vengono stoccate e recuperate attraverso un processo di fitodepurazione. La vera sfida sta nell’utilizzare al massimo le risorse disponibili sfruttando anche le condizioni climatiche. 

In un territorio ad altissima tensione conflittuale come quello mediorientale immagino ci siano anche problemi “politici” e di sicurezza e non solo di ordine progettuale… 
Lavorando con un’Agenzia dell’ONU, che ha una delega sull’educazione e sulla sanità oltre che sul sostentamento, abbiamo vissuto una condizione particolare. La criticità maggiore deriva dal fatto che si tratta di un’operazione nuova, che quindi trova, anche all’interno delle strutture organizzative, un po’ di reticenza. Devo però ammettere che, al di là di un primo momento di diffidenza, si è creato un rapporto molto forte con tutto lo staff delle Nazioni Unite, che ha capito l’opportunità e l’importanza di un progetto di questa portata. Le difficoltà che stiamo riscontrando sono principalmente legate al processo burocratico che regola l’ingresso dei materiali a Gaza. Uno stimolo molto importante è arrivato dal Segretario Generale dell’ONU. Se tutte le 700 scuole dislocate tra Gaza e la Cisgiordania fossero costruite secondo i principi del risparmio energetico, del riciclo delle acque e di un minimo comfort, lo scenario politico sarebbe oggi molto diverso.  

Promuovere la qualità degli spazi destinati all’istruzione si coniuga indubbiamente con l’esigenza di incentivare lo sviluppo sostenibile di questi Paesi. La costruzione di edifici autosufficienti anche in altri ambiti, come quello degli ospedali, potrebbe contribuire al cambiamento nel modo di pensare l’edilizia a queste latitudini? 
Si, in questi luoghi e non solo, perché direi che se il tema dell’autonomia energetica è un tema planetario, a Gaza c’è una condizione più estrema  perché non c’è nessuna produzione locale, non ci sono materiali, c’è una condizione di embargo anche molto forte sulla popolazione, che è in una condizione psicologica molto difficile. E’ importante il messaggio che, al di là dei bisogni primari quali nutrirsi e sopravvivere, il tema della sostenibilità non sia “accessorio”. Ripensare il modo di costruire gli edifici si identifica con l’ottimizzare al massimo quello che c’è. Questo significa anche migliorare le condizioni di vita di una persona. A Gaza i black out generati da una gestione di Israele della Striscia, impongono l’uso di generatori diesel che consumano migliaia e migliaia di dollari al giorno e producono inquinamento, per tenere in piedi la macchina ospedaliera. La tecnologia oggi può migliorare molto la qualità di vita delle persone. Qui non immaginiamo uno scenario tecnologico futuribile – secondo la visione occidentale – ma stiamo parlando di costruire cose molto semplici, in mattoni, però credo che sia un dovere della nostra professione suggerire che, a parità di costi, esistono anche degli scenari creativi diversi. La creatività non deve per forza costare di più. E anche se si spende un po’ di più, però i bambini studiano a 10°C in meno che fuori, studiano meglio; abbiamo investito sui bambini e non sull’edificio: ecco è questo il principio.