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Le dittature che dobbiamo sconfiggere: mercato e tecnologie La differenza tra dipendenza e crescita la fa luomo

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di Antonio Galdo      da www.oil.it

 

 

Il nuovo millennio, con l’uscita dal Novecento, secolo lungo e bagnato dal sangue di due guerre mondiali, è stato introdotto dalla rivoluzione tecnologica. Con uno scatto di velocità supersonica l’intera umanità si è ritrovata a fare i conti, cogliendo opportunità ma anche pagando dei prezzi, con un primato sempre più invasivo della tecnologia applicata a tutte le sfere della vita pubblica e privata. Pensiamo, per esempio, al computer, originariamente nato per il calcolo scientifico e amministrativo e diventato poi, con l’avvento di Internet nel 1991, lo strumento essenziale per l’informazione e la conoscenza. O alla telefonia che ha visto il ridimensionamento, anche economico e industriale, dell’apparecchio fisso e l’esplosione dei cellulari non più status symbol ma oggetti indispensabili, quasi delle protesi dei nostri corpi.

La tecnologia punta a sviluppare, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, più tecnologia. E non è mai neutrale nella sua crescita insaziabile. Può devastare l’ambiente, quando il suo uso si manifesta sotto forma di violenza rispetto all’equilibrio naturale, ma può anche salvarlo, specie se applicata secondo la bussola della sostenibilità. Genera ricchezza, sia per i capitali investiti sia per il lavoro che crea, ma rischia di impoverirci quando ne perdiamo il controllo e la subiamo passivamente. Lo scarto, la differenza tra il segno positivo e quello negativo, è legato a una fondamentale variabile: la capacità dell’uomo, come individuo, come azienda e come società, di governare l’ineluttabile e appassionante sviluppo dei mezzi rispetto ai fini. Qui si gioca la vera partita con il futuro che tutti ci auspichiamo portatore di progresso, di crescita diffusa e di riduzione delle diseguaglianze del mondo globale.

La tecnologia è come un giocatore seduto a un tavolo di poker che alza la posta, e vuole sempre vincere, magari qualche volta bluffando. Il suo primato, combinato a un’avanzata fuori controllo della finanza e dei suoi direttori d’orchestra apolidi e senza volto, ha contribuito all’eclissi della politica con il relativo baricentro, un altro fenomeno esploso con l’avvento del nuovo millennio. E anche in questo caso le applicazioni possono avere segni e significati diversi, perfino opposti. Nel mondo arabo che si affaccia sul Mediterraneo le rivoluzioni si stanno consumando, con esiti ancora incerti e decifrabili con completezza solo nel medio-lungo periodo, con il protagonismo di giovani attizzati dalla tecnologia e dalle infinite applicazioni. In America, dove l’Occidente ha pur sempre il suo epicentro, Facebook e Google, due simboli del boom della Rete, hanno archiviato l’età dell’innocenza annunciando la loro discesa in campo, diretta e con una valanga di dollari da mettere sul tavolo, nel perimetro più caldo della lotta politica, quello delle competizioni elettorali. Facebook ha formato un Pac (Political Action Committee) che utilizzerà per finanziare i candidati nelle prossime presidenziali americane. Gooogle, che ha sempre accusato la Microsoft di Bill Gates di avere «le mani in pasta con i signori di Washington, prima si è alleata con il boss dell’informazione Rupert Murdoch per sponsorizzare i dibattiti dei repubblicani alla ricerca del loro candidato, e poi ha reclutato 18 studi professionali per trasformare la sua sede nella capitale degli Stati Uniti in una sorta di centrale operativa per un maxi operazione di «persuasione politica». E’ chiaro che i giganti della Silicon Valley si muovono innanzitutto con naturali intenti lobbystici, ma è altrettanto evidente come questa doppia discesa in campo possa condizionare in modo determinante, proprio in virtù del primato della tecnologia, la scelta che i cittadini americani faranno del loro nuovo presidente. E se Barack Obama nel 2008 ha vinto anche perché ha puntato con sapienza e con efficienza sul Web e sui social media, il suo successore nel 2012 potrebbe essere un’espressione diretta dei più importanti player della Silicon Valley.

La tecnologia ha un disperato e incessante bisogno di materie prime, diciamo che alimenta in modo preponderante un mercato che, tra l’altro, rappresenta uno degli indicatori più significativi per misurare i fenomeni di recessione, di Grande Crisi come quella attualmente in atto,  o di boom economico, come quello dei paesi ex emergenti. Bene: una buona parte degli apparecchi high-tech da cui dipendiamo,  a partire dal computer e dai cellulari, non potrebbero esistere, e tantomeno evolvere, senza alcuni elementi chimici, scoperti sotto forma di minerali ossidati e conosciuti sul mercato come «terre rare». A questa categoria di materie prime appartengono i fosfori degli schermi televisivi, o i minerali fondamentali per fabbricare auto ibride, turbine eoliche, missili Cruise, marmitte catalitiche. E dove sono concentrate le produzioni di «terre rare»? In Cina, che da sola oggi possiede circa il 48 per cento delle riserve mondiali, laddove fino agli anni Ottanta la produzione di «terre rare» era dominata dagli Stati Uniti.

Senza gli investimenti in tecnologia, e senza la sua spinta che si moltiplica per cerchi concentrici, nessuna industria, a partire dal settore energetico, potrebbe resistere sul mercato: sarebbe destinata sempre e comunque a restare schiacciata dalla concorrenza. Quando si dice innovazione, per esempio, si pensa ai prodotti, ma in primo luogo bisogna fare riferimento ai modi con i quali vengono realizzati. E senza gli investimenti e i consumi in tecnologia, l’uomo, come un’impresa, finirebbe isolato fino a essere dimenticato dalla sua comunità, anche la più stretta. Qui il rischio è il capovolgimento gerarchico: il virtuale può prendere il sopravvento rispetto al reale. Specie in quelle generazioni dei «born digital», i ragazzi che hanno fatto entrare la tecnologia dalla porta principale perfino nella sfera dei loro sentimenti. In molti paesi europei, per citare un dato significativo, quasi un terzo delle separazioni tra giovani fidanzati avviene senza guardarsi negli occhi e senza scambiarsi neanche una parola di addio. Con una mail, un sms, un messaggio su Facebook. E dividersi tra apocalittici e integrati, rispetto a questo tipo di utilizzazione della tecnologia, è un banale esercizio di retorica intellettuale: ciò che fa la differenza, ancora una volta, è la capacità dell’uomo, come dai tempi dell’età della pietra, di dominare la macchina e di non restarne prigioniero. E  sarà un nuovo umanesimo, speriamo, a dare una rotta e una via d’uscita a un mondo globale sparigliato dalla rivoluzione tecnologica e incastrato nella trappola delle tre R: Recessione, disoccupazione  e debito (Occidente), Rivolte e democrazia (Medio Oriente e Paesi arabi), Rivalutazione della moneta e inflazione (Cina e India).