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Le carrozze ad alta velocità e i treni carrozzoni

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di Luigi Santambrogio   www.libero-news.it

 

 

i  No Tav c’entrano niente con il rogo scoppiato alla Tiburtina che ha mandato allo sfascio l’intera sistema ferroviario italiano. Nessun sabotaggio, assalto incendiario, attentato o altra diavoleria del genere da incolpare il movimento che vuole mettere le spranghe tra le ruote (qualche volta pure qualcosa di più efficace, tipo un missile terra-aria come è successo dieci giorni fa sulla Roma-Napoli) dei Frecciarossa. Qualcuno ha tentato pure di dare la colpa del pandemonio ai rom. Sì, agli zingari che avrebbero rubato cavi o di collegamenti in rame o alluminio che, spiega una nota delle Fs, «provocano anomali funzionamenti degli impianti». Ma la pista dei ladri gipsy pare poco credibile.
Ma no, diciamolo subito: stavolta a scatenare il casino è stato ben altro. E chiama in causa direttamente chi deve occuparsi della manutenzione e della sicurezza delle stazioni. L’indagine è all’inizio ma sembra che il  rogo sia stato innescato dal solito e banale corto circuito elettrico: una scintilla che ha poi scatenato l’inferno nella stazione. Un inferno di fuoco e fiamme, però, che ha avuto tutto il tempo e la comodità di distruggere e incenerire tutto quello che c’era da bruciare, senza che nessuno e niente fosse lì a impedirlo, neppure con un estintore o una secchiata d’acqua.
I vigili del fuoco sono intervenuti con un’ora di ritardo: mica colpa loro. Il sistema d’allarme non è scattato perché i famosi ladri di rame hanno rubato i cavi della fibra ottica. E meno male che passanti e residenti hanno sentito la puzza di fumo, se no sai che disastro? I ferrovieri della Polfer sono categorici: dicono che alla Tiburtina non esistono non solo dispositivi adeguati di controllo e prevenzione ma neppure l’ombra di un impianto antincendio. E se spie e sensori di controllo mancano qui, c’è da chiedersi cosa succeda  nelle altre stazioni d’Italia. La Tiburtina non è solo la seconda stazione di Roma: è un centro vitale per la mobilità e il trasporto ferroviari, destinato diventare il centro di raccordo dell’Alta velocità verso il Sud. Vengono i brividi all’idea che sia sprovvisto – seppure momentaneamente e per un furto imprevedibile di cavi di rame  – di un sistema anti-incendio.
Eppure, nella società delle Fs esistono “corpose” strutture aziendali, tecniche e amministrative, dedicate esclusivamente a studiare e garantire la cosiddetta “sicurezza di sistema”. Chissà dov’erano questi manager quando alla Tiburtina  cominciavano i fuochi d’artificio e perché nessuno s’è chiesto se non fosse il caso di dare un’occhiata ai sistemi  di allarme?
Eppure non bastano i danni, puntuale nelle sciagure arriva sempre anche la beffa. Quella del ministro dei Trasporti che definisce l’incendio alla Tiburtina «evento imponderabili ed imprevedibile». E tanto per non farsi mancare nulla, annuncia  una commissione di inchiesta. Massì, la solita bacchetta miracolosa, specialità  made in Italy: non serve a spiegare nulla ma terrà impegnati per qualche anno un esercito di tecnici e burocrati super pagati e con nota spese a carico dello Stato.
Certo, le Frecce multicolori e gli Intercity ad alta velocità rappresentano l’eccellenza del trasporto italiano su ferro e sarebbe demagogico dimenticarlo. Ma mica tutti prendono il treno per gareggiare con l’aereo. Accanto ai convogli superveloci, viaggiano vecchi catorci che sembrano carri bestiame, tratte ancora con un solo binario, stazioni insicure, materiale rotabile buono solo da rottamare, vagoni per pendolari che assomigliano a quelli degli assalti al treno che si vedono nei documentari sull’India. Alla Tiburtina non funzionavano i sistemi anti incendio, nella maggior parte delle stazioni d’Italia non funziona qualcos’altro. E non è un fatto sconosciuto o “imprevedibile”: lo sanno tutti da almeno  mezzo secolo.