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Le aziende invertono la rotta sul packaging dei giocattoli

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La deforestazione non è un gioco. Buone notizie arrivano da Greenpeace, molto attiva contro lo sfruttamento del gigante cartario Asia Pulp & Paper (App), indicato come responsabile di vaste devastazioni nelle foreste pluviali dell’Indonesia. A chiudere i contatti con App, dopo Mattel e Lego, è ora anche Hasbro, multinazionale che produce i Transformers e Monopoli. E qualche impegno arriva anche da Disney. Ma sono ancora tante le big companies del giocattolo che usano una quantità di packaging spropositato rendendosi responsabili della scomparsa di migliaia di ettari di foreste. Tanti poi sono ancora i brand che non controllano la sostenibilità della loro filiera, con operai sottopagati e costretti a lavorare in condizioni disumane. In vista del Natale, la faccenda diventa ancora più evidente, con confezioni regalo enormi che contengono piccoli oggetti, create ad arte a costo anche di grandi sofferenze umane solo per invogliare i consumatori e per influenzare i gusti dei bambini.

GIOCHI A CHILOMETRO ZERO – «Quasi tutti i giocattoli vengono prodotti in Cina», sottolinea Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia. Sulle condizioni di lavoro in questa parte del mondo alcuni giorni fa il Guardian ha pubblicato un’inchiesta allarmante. Secondo il quotidiano britannico, nelle province di Shenzhen e Dongguan gli operai lavorano più di 140 ore al mese per produrre le bambole e i pupazzi che finiranno sotto gli alberi di Natale di tutto il mondo. Inoltre vengono pagati una miseria, senza alcun rispetto delle misure di sicurezza, sono costretti a lavorare in silenzio e vengono multati se vanno in bagno senza chiedere il permesso.

AMBIENTE – Importante è poi anche l’aspetto ambientale. «Uno dei principali fornitori di carta dei marchi di giocattoli è l’App, che opera in Indonesia ed è per metà cinese». Dall’anno scorso Greenpeace ha effettuato controlli sulle fibre della carte usata per le confezioni dei giocattoli e ha scoperto che in molti casi si trattava di fibre tropicali. Così ha avviato una campagna di grande impatto, di cui molti ricorderanno il video di Ken che lascia Barbie. «Le industrie di cui ci siamo occupati coprono da sole il 50 per cento del mercato dei giocattoli», continua Campione. «Ma ora vogliamo concentrarci anche sui produttori italiani. È molto difficile avere dati numerici sulla deforestazione legata al packaging ma noi siamo convinti che le aziende abbiano una grossa responsabilità quando scelgono i loro fornitori». La Hasbro, ad esempio, oggi afferma che grazie alla nuova politica degli acquisti eviterà carta proveniente da fonti di dubbia provenienza. Inoltre avrebbe già chiesto ai propri fornitori di evitare qualsiasi rapporto commerciale con App e si è impegnata a incrementare l’uso di carta riciclata e certificata Fsc nel confezionamento dei propri giocattoli.

PASSI AVANTI – Un bel passo in avanti, insomma. Che dovrebbero fare anche i produttori italiani. «La responsabilità non è solo di chi vende. Anche i consumatori e i genitori giocano un ruolo importante», insiste Campione. «Bisogna leggere le etichette, controllare con quale carta è stato imballato il prodotto e spiegare ai bambini, soprattutto in vista del Natale, che una confezione grande e scintillante non significa necessariamente un bel gioco, anzi è causa di tante sofferenze, per gli esseri umani, gli animali e la natura». Se infatti un packaging così lussuoso è un mezzo per attirare l’attenzione, il motivo di così tanti imballaggi è anche di natura logistica. «Le multinazionali producono in Cina e poi devono spedire i loro prodotti in tutto il mondo, ecco perché hanno bisogno di scatole così articolate», conclude Campione. Basta poco dunque per rendersi conto che anche il giocattolo, se a chilometro zero, inquina meno ed è più sostenibile.

TIGRI VERDI IN GINOCCHIO – Ora la App sta espandendo il suo impero oltre i confini indonesiani acquistando terreni in Canada, in Europa e in Sudamerica. Ma la fonte principale delle grandi cartiere, tra le quali compare anche April, rimane ancora l’Asia. Il continente in particolare si colloca in cima alla classifica Wwf della deforestazione con circa 1,5 milioni di ettari rimossi ogni anno solo dalle quattro principali isole dell’Indonesia. E l’industria del giocattolo è tra i principali responsabili di questo scempio. Una serie di recenti studi dimostrano come la protezione delle foreste del Sud-est asiatico potrebbe rappresentare invece un potente stimolo economico per tutta la regione stimolando la rinascita di «Tigri Verdi». Lo studio più autorevole viene dal Rajawali Institute for Asia (Ria) della Harvard Kennedy School of Government di Cambridge e sostiene che «eliminando il proprio capitale naturale per profitti trascurabili, la deforestazione tra il 1990 e il 2007 abbia causato all’Indonesia perdite di 110 miliardi di euro, cancellando così quasi un terzo del risparmio nazionale di tutto il periodo analizzato». Come ricordato dall’Osservatorio Mongabay la deforestazione poi non ha solo indebitato il Paese, ma ha anche aumentato la disoccupazione nei principali settori legati alle risorse naturali. Si stima che la provincia di Jambi, un tempo importante produttore di lavorati del legno, abbia perso 76 mila posti di lavoro. Alle statistiche di queste indagini – ha fatto notare l’osservatorio sulle foreste primarie Salva le foreste – sfuggono inoltre altri fattori destinati a pesare sul bilancio della deforestazione. Tra questi, il tendenziale calo della resa dei suoli deforestati e adibiti allo sviluppo agricolo. Ma non solo. A rimetterci sono anche i nostri polmoni e quelli dei bambini di tutto il mondo.