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Le alte tecnologie sono il futuro della nostra economia

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GIULIO SAPELLI*, dal Corriere della Sera del 14 dicembre 2010

E’ urgente porsi la questione di come ricostituire la nostra economia, con la consapevolezza che probabilmente siamo giunti a un punto di non ritorno: a una recessione della produzione e dei servizi avanzati, all’industria che può mettere in pericolo l’esistenza stessa del patrimonio industriale di questo Paese, che è uno dei più importanti punti di riferimento manufatturieri d’Europa. L’Italia ha potuto salire alla posizione occupata nell’equilibrio instabile di potenza mondiale per via di sforzi inauditi che sono stati compiuti grazie a quattro fasci di forze economico-culturali alla cui estinzione in parte oggi assistiamo. Il primo dei fasci di forze della crescita è stato quello del capitalismo monopolistico di Stato e ha avuto il suo vero ciclo formativo a partire dalla grande depressione del 1929. Esso si è consunto dopo le privatizzazioni a basso gradiente di liberalizzazione che sono iniziate dopo il Trattato di Maastricht del 1992: la svendita «per default» non fu privatizzazione liberale. Il secondo complesso di forze veniva dal cuore oligopolistico delle grandi imprese famigliari che non si è rivelato in grado di ereditare virtuosamente il complesso imprenditoriale del capitalismo monopolistico di Stato allorquando è iniziata l’era delle privatizzazioni. Il terzo fascio di forze è stato il complesso bancario assai variegato di cui abbiamo potuto disporre. L’unificazione delle banche commerciali con quelle d’investimento e la creazione di italiche nuove banche universali ha distrutto il valore positivo che il macro impulso bancario capitalistico esprimeva sino a un ventennio or sono. L’elemento disgregativo è stato quello di un azionariato variegato, instabile e altamente politicizzato: le fondazioni bancarie, ircocervo dall’ambigua natura: azionista delle banche parte del cui capitale avevano ereditato e nel contempo istituzioni not for profit che sempre più, ahimè, mal si compongono con la necessità di far nascere dal cuore delle persone il filantropismo, invece che affidarlo a neo-statualistiche istituzioni politicamente spartite. Esse non garantiscono né l’italianità (ammesso e non concesso ch’essa sia sempre una virtù), né stabilità proprietaria, né capitali in grado di far fronte alle prossime sfide di Basilea 3. Insomma: è giunta l’ora della verità. Questo complesso di banche capitalistiche oligopolisticamente consolidate ormai soffoca la crescita e divora le risorse della liquidità spostandole dall’economia reale alla finanza per la finanza. A fronte di ciò spi
cca, invece, il ruolo virtuoso, però limitato, delle banche di credito cooperativo e popolari: seconda linea di liquidità e vera connessione virtuosa del capitalismo manchesteriano con i mercati locali e internazionali. Il quarto fascio di forze per la crescita era ed è — fortunatamente— quello costituito dal complesso del capitalismo manchesteriano export lead delle piccolissime, piccole e medie imprese. Esso ha avuto un balzo in avanti formidabile a partire dagli anni Settanta del Novecento per via della mobilitazione sociale che ne è alla base e dell’apertura crescente dei mercati mondiali che ne costituisce la condizione necessaria per la sopravvivenza, ma ora è profondamente scosso dalla crisi. Non è autosufficiente, ricordiamolo. Tuttavia rimane ancor oggi la pepinière da cui si possono formare quelle imprese medie e medio grandi essenziali per un nuovo sviluppo. I risultati della disgregazione dei macro impulsi positivi sono dinanzi agli occhi di tutti. È, quindi, l’ora dello sviluppo delle virtù civili, dei doveri morali e non dell’assistenzialismo. Si delinea il volto della sussidiarietà del futuro. Abbiamo il dovere di richiedere l’intervento della mano pubblica quando la società civile e le persone, associate o no, non hanno in sé le risorse per sostenere coloro che non possono affrontare le sfide della vita associata. Il mio convincimento è che questo nuovo stato della sussidiarietà non è incompatibile con il ritorno virtuoso dello Stato imprenditore, tecnocraticamente inteso, meritocraticamente diretto e non fondato soltanto sull’intermediazione finanziaria e l’offerta di capitale, come pure si architetta positivamente. Questo non basta. In un momento tremendo dei nostri conti pubblici occorre reperire capitale per creare una o più grandi imprese nei settori delle alte tecnologie di punta: per esempio le nano-tecnologie, l’uso delle terre rare, l’informatica del ciberspazio. I capitali si reperiscano laddove essi ancora esistono: penso soprattutto alle fondazioni bancarie, che dovrebbero essere nazionalizzate e i cui residui capitali dovrebbero riversarsi verso codesti nuovi investimenti industriali. Come ci si arrovellò creativamente per crearle, sono certo che il genio giuridico italico saprà trovare la via per eliminarle, quelle istituzioni, il cui capitale tornerebbe donde veniva, ossia dallo sforzo faticoso delle passate generazioni, per consentire alle nuove di veder rinascere un’Italia neoindustriale. L’Europa è un problema? Il suo liberismo dispiegato ci impedirà una iniziativa in tal senso? Non è detto: i tempi so
no difficili e si sono sconvolte regole che sembravano scritte nel bronzo e che invece si sono liquefatte al sole della crisi: le nazionalizzazioni bancarie parlano da sé. Abbiamo generazioni di splendidi giuristi: trovino la via per aggirare gli ostacoli e raggiungere lo scopo. Penseremo anche ai problemi tremendi che una soluzione siffatta porta con sé. Il primo è chi mettere a capo di questo nuovo capitalismo monopolistico di Stato, virtuoso e monocratico e quindi tecnocratico. In ogni caso l’interazione fra centro e periferia, grandi e piccoli, privato e pubblico, profit e not for profit, è stata la forza dell’Italia. Oggi manca un elemento di propulsione e il piccolo non basta più. C’è sempre stata una sorgente generativa nelle fasi di transizione del Paese. Se ciò non avverrà occorrerà gestire una decadenza che sarà sì graduale, a macchie di leopardo, ma comunque inarrestabile e molto dolorosa per i più deboli.
*Professore di Storia economica, Università Statale di Milano