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La trappola di Twitter

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Bill Keller, The New York Times Magazine, Stati Uniti    www.internazionale.it

 

Un mese fa io e mia moglie abbiamo
detto a nostra figlia di tredici
anni che poteva iscriversi a
Facebook. Nel giro di poche ore
ha accumulato 171 amici, e io ho avuto come
la sensazione di averle passato una dose
di anfetamina. Non mi piace fare il guastafeste
e non mi considero un luddista. Dirigo
un giornale che ha adottato i nuovi mezzi di
comunicazione con creatività ed entusiasmo.
Mi rendo conto che il web raggiunge e
coinvolge un vasto pubblico in tutto il mondo,
stimolando la partecipazione e facilitando
(fino a un certo punto) la raccolta di
notizie. Prima di rassegnarci all’idolatria
digitale, però, dovremmo tener presente
che spesso le innovazioni hanno un prezzo.
E a volte mi chiedo se questo prezzo sia una
parte di noi stessi.
Nel romanzo Moonwalking with Einstein
(L’arte di ricordare tutto, in uscita da Longanesi),
Joshua Foer ricorda un caso eclatante
di compromesso con il progresso. Fino al
quindicesimo secolo le persone erano abituate
a ricordare una quantità enorme di
informazioni. Quelle che oggi verrebbero
considerate doti fuori dal comune, come la
capacità di recitare libri interi a memoria,
non erano affatto insolite.
Poi è arrivato Johann Gutenberg, il Mark
Zuckerberg del suo tempo. Man mano che
ci siamo abituati al supporto dei fogli stampati,
l’esercizio della memoria è caduto in
disuso. Gli esseri umani hanno ancora una
capacità di memoria prodigiosa (come ha
dimostrato Foer allenandosi e vincendo il
National memory championship statunitense),
ma sono in pochi a usarla.
A volte il compromesso è conveniente:
non rinuncerei mai al piacere della lettura
in cambio della possibilità di recitare a memoria
Middlemarch di George Eliot.
Ma il libro di Foer ci ricorda che lo sviluppo
cognitivo della nostra specie non è
inesorabile. Mio padre, che aveva studiato
ingegneria all’Mit all’epoca del regolo calcolatore,
spesso notava con rammarico che
la calcolatrice, per quanto utile, stava rendendo
la mia generazione meno brava in
matematica. Molti di noi si sono accorti che
l’uso dei navigatori gps ci ha fatto dimenticare
le strade o, addirittura, ha compromesso
il senso dell’orientamento. La scrittura
manuale è stata quasi totalmente soppiantata
da quella digitale. Twitter e YouTube
stanno lentamente erodendo la nostra capacità
di concentrazione. E quel poco di
memoria sopravvissuta a Gutenberg è stata
ceduta a Google.
Perché ricordare qualcosa che possiamo
trovare online in pochi secondi?
Finte conversazioni
Robert Bjork, un professore dell’Università
della California a Los Angeles (Ucla) esperto
di memoria e apprendimento, ha notato
che anche gli studenti più brillanti, abituati
a usare Excel, non colgono alcuni collegamenti
tra i dati che risulterebbero evidenti
se non lasciassero fare tutto al programma.
“A meno che non ci sia un problema da risolvere
o una decisione da prendere, l’apprendimento
è minimo”, mi scrive Bjork in
un’email. “Non siamo dei registratori elettronici”.
Foer ha letto che Apple ha assunto
un esperto di display head-up (gli schermi
trasparenti usati dai piloti). E si chiede se
questo significhi che l’azienda sta realizzando
un iPhone che non richiede l’uso delle
dita sulla tastiera. Prima o poi, immagina
Foer, i comandi arriveranno direttamente
dalla corteccia cerebrale (la Apple non ha
voluto rilasciare alcun commento).
“Succederà nella prossima metà del secolo”,
dice Foer, “quando saremo diventati
dei cyborg a tutti gli effetti”.
In sostanza, stiamo appaltando il nostro
cervello alla nuvola di internet. Il lato positivo
è che possiamo liberare un sacco di materia
grigia per attività importanti come
giocare a FarmVille e seguire i reality. Ma il
pessimista che è in me si chiede se le nuove
tecnologie non stiano cancellando un po’
alla volta alcune caratteristiche essenziali
dell’essere umano: la capacità di riflessione,
la ricerca del senso, la vera empatia e
un’idea di comunità unita da qualcosa di
più profondo dei commenti sarcastici o delle
sanità politiche.
Il difetto più evidente dei social network
è che sono fonti di distrazione aggressive.
Twitter non è solo una presenza passiva:
richiede attenzione e rilessi pronti, ed è nemico
della contemplazione. Ogni volta che
sul desktop del mio computer appare un
nuovo tweet, sento una piccola scarica di
dopamina che mi distrae da… da… cosa stavo
dicendo? La mia diffidenza verso i social
network è intensificata dalla natura effime-
ra di queste conversazioni. Sono l’emblema
di tutto quello che ci entra da un orecchio ed
esce dall’altro, come diceva mia madre
quando qualcuno aveva la testa per aria.
Non sono neppure sicuro che questi
nuovi strumenti siano realmente sociali.
C’è qualcosa di decisamente fasullo nel cameratismo
di Facebook, e di illusorio nelle
connessioni di Twitter. Se ci facciamo caso,
le conversazioni che nascono all’interno
delle comunità virtuali sono quasi sempre
schematiche e ripetitive. Seguire un discorso
su Twitter è come ascoltare un battibecco
tra i bambini dell’asilo: “Sei stato tu!”,
“No!”, “E invece sì!”, “No e no!”.
In una sorta di esperimento masochista,
qualche settimana fa ho scritto un tweet:
“Twitter ci rende stupidi? Parliamone”. La
domanda ha suscitato qualche battuta spiritosa
(“Diamo un po’ di fiducia alle nostre
scuole pubbliche!”), un paio di risposte serie
ma scontate (“Dipende da chi segui”), il
dubbio che un troll si fosse impossessato
del mio account, un messaggio di mia moglie
(“Non so se ti rende stupido, ma ti sta
facendo arrivare tardi a cena. Vieni a casa!”),
e una lunga sfilza di risposte negative
(“Uhm, no”, “Naa…”). Chi aveva una risposta
più articolata alla mia provocazione ha
scelto uno strumento diverso per comunicarmela.
In una discussione vera le informazioni
si susseguono in ordine crescente,
c’è un riconoscimento della complessità e a
volte interviene un processo di persuasione.
In una discussione su Twitter c’è poco
spazio per le opinioni e per la tolleranza verso
le opinioni altrui. Può darsi che Twitter
non ci renda stupidi, ma di sicuro fa sembrare
stupide molte persone intelligenti. So
di attirarmi le ire dei fan di Twitter, di attempati
accademici che alimentano il proprio
carisma osannando qualsiasi novità e
dei colleghi del New York Times che stanno
mettendo a punto una strategia incentrata
sui social network per aumentare i lettori
del giornale. Per questo vorrei essere molto
chiaro: Twitter è una brillante invenzione,
un megafono promozionale, una rete per
catturare informazioni, uno strumento utile
per organizzare qualsiasi attività, dagli
incontri per cinofili alle rivoluzioni. E ha riportato
il piacere della scoperta nel lusso
delle informazioni.
Anche se non sono un grande fan di
Twitter e curo poco il mio profilo su Facebook,
mi piace vedere i miei messaggi con i
link perfettamente abbreviati da Bitly e
condividerli online, anche quando so, come
ora, che il verdetto della folla sarà ostile.
Gli effetti sull’anima
I difetti dei social network non mi darebbero
così terribilmente fastidio se non avessi il
sospetto che le amicizie su Facebook e le
chiacchiere su Twitter stiano prendendo il
posto delle conversazioni e dei rapporti reali,
proprio come l’invenzione di Gutenberg
ha soppiantato la memoria. Le cose che disimpariamo
un tweet dopo l’altro – la complessità,
l’acume, la pazienza, la saggezza,
l’intimità – sono importanti.
Gli effetti dei nuovi mezzi di comunicazione
sul nostro cervello sono studiati da
autorevoli cassandre del digitale (Nicholas
Carr, Jaron Lanier, Gary Small, William Powers,
tra gli altri) in un repertorio di pubblicazioni
sempre più vasto. Ma a preoccuparmi
non è tanto il cervello, quanto l’anima. E
mi ritrovo più nelle parole di una scrittrice
che di un neuroscienziato. In The uncoupling,
un bellissimo romanzo di Meg Wolitzer
pubblicato di recente, c’è un passaggio
un po’ malinconico sulla comunità dei liceali,
di cui presto anche mia figlia farà parte.
Wolitzer li descrive così: “La generazione
che ha avuto informazioni, ma nessun contesto.
Burro, ma niente pane. Voglie, ma
nessun desiderio”.