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La tragedia di Haiti e il rompicapo delle adozioni

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Lasciateci fare qualcosa per i bambini di Haiti. Sembra un urlo, quasi una ribellione di fronte all’Apocalisse, il sentimento che sale dalle nostre viscere di uomini e donne del benessere privilegiato che piangono lo sterminio di piccoli innocenti, scuri nel corpo e bianchi nell’anima che hanno reso a Dio. Quanti sono? Non possiamo neanche contarli, perche’ i numeri nel loro orrore perdono di significato, anche quando sappiano che cento bambini sono rimasti sepolti sotto le macerie di una sola scuola e due milioni di creature sono state coinvolte nel terremoto. Chi si e’ salvato rischia di morire peggio di chi non avra’ neanche una tomba: orfani, soli, abbandonati, inermi in un Paese avvolto nel caos che conduce dritti alla fine del mondo. Lasciateci fare qualcosa per loro, grida il mondo che assiste alla tragedia attraverso le immagini della tv e le foto sui giornali, e reagisce con tutti gli strumenti a disposizione, telefonate, e-mail, fax, perfino scendendo in piazza. Gia’, perche’ il nostro desiderio collettivo, fare qualcosa per i bambini di Haiti, si schianta, come un missile contro un muro, di fronte alla montagna dell’incertezza, della confusione, e di quella burocrazia che non spegne mai la sua violenza, neanche quando l’Apocalisse e’ in atto. Adozioni internazionali, adozioni a distanza, affidi temporanei: viene mal di testa solo a pensare quante complicazioni, quanti vincoli, quanti problemi, spuntano appena si ha voglia di un gesto concreto di amore e di solidarieta’. In Olanda il ministero della Giustizia ha gia’ detto che le pratiche sono tutte accelerate e primi bambini da Haiti sono arrivati, mentre in Francia migliaia di famiglie sono in lista d’attesa: l’Europa non e’ mai la stessa, neanche per incanalare l’afflato dell’aiuto. E in Italia c’e’ la solita commissione di turno, intitolata alle Adozioni internazionali, che oggi si riunisce per trovare il bandolo della matassa giuridica, con una mancia sul tavolo di un milione di euro e un appello a un canonico coordinamento internazionale. Tutto l’universo del volontariato e’ in movimento, e anche in questo caso la sintesi dell’efficacia e’ un fantasma, perche’ e’ come se ci fosse una regia occulta per procedere in ordine sparso. Save the Children invita a non sradicare i bambini dalla loro terra e dalla loro cultura, Aibi (Amici dei bambini) chiede invece famiglie, ovunque e comunque.
E’ complicato, direi impossibile, trovare due associazioni, due Ong, due gruppi di volontari, che dicano la stessa cosa per afferrare al volo lo slancio meraviglioso di quanti sentono il bisogno, l’urgenza, la voglia di fare qualcosa per i bambini di Haiti. E chissa’ se la politica, con gli strumenti che possiede, sara’ in grado una volta tanto di non impiccarsi all’albero dell’impotenza declinata con regole, protocolli, procedure. Nuvole del nulla rispetto ai chicchi di grandine di dolore che ogni secondo colpiscono figli di genitori scomparsi sotto le macerie o mai esistiti nelle baracche di un luogo povero e maledetto. Non abbiamo il pulpito e la competenza per dire con certezza dove sia la verita’ (aiutarli sul luogo o nel nostro paese; in modo diretto o indiretto; con un meccanismo nazionale o internazionale), e probabilmente e’ sparsa ovunque e in nessuna di queste alternative, ma sappiamo una cosa: nessun governo, nessun veto, nessuna associazione, riuscira’ a spegnere il fuoco di una generosita’ cosi’ forte. E allora sara’ un parroco, un amico, un personaggio di cui ci fidiamo per autorevolezza e per competenza, ma state sicuri che qualcuno dovra’ dirci forte e chiaro come fare qualcosa per i bambini di Haiti. Non lasciarli soli non e’ piu’ un dovere che nasce dalla responsabilita’ o un desiderio figlio della pietas umana: e’ un comandamento che ciascuno di noi, credente o non credente che sia, deve scolpire nella sua testa e nel suo cuore.