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La sfida dei cattolici per governare l’Italia

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Caro direttore, le aspettative mediatiche suscitate intorno al tema della possibile rinascita di un partito cattolico hanno sviato l’attenzione rispetto alle vere novità emerse nel seminario promosso dall’associazionismo di ispirazione cattolica che si è tenuto a Todi. Era dall’inizio degli Anni 70 che non si teneva, per iniziativa dei laici, un incontro di questa portata: 16 tra associazioni nazionali del lavoro e dell’impresa, movimenti religiosi, reti ecclesiali, 8 fondazioni culturali o di origine bancaria, 40 esponenti di rilievo del mondo accademico. Un lungo periodo che ha registrato fratture, anche di orientamento politico nell’associazionismo sociale, un rifiorire di movimenti religiosi e di organizzazione del volontariato, non di rado distanti, o diffidenti, verso la politica.
La voglia di ritrovarsi è stata il frutto di molte concause: i ripetuti appelli delle gerarchie ecclesiali all’impegno politico dei cattolici, la crescente insoddisfazione verso il degrado della politica e, soprattutto, la convinzione di vivere un tempo di cambiamenti straordinari, che sollecitano i credenti non solo alla testimonianza sui valori irrinunciabili, ma al dovere di declinarli più compiutamente, anche nel campo sociale e politico. Questa evoluzione, auspicata dal Manifesto ispiratore di Todi «La buona politica per il bene comune» ha portato i protagonisti a condividere una comune visione della politica prossima ventura, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa e centrata, in particolare, sull’esigenza di riorganizzare i rapporti tra Stato, economia capitalistica, società civile.
Il vincolo della riduzione del debito pubblico pone seriamente il problema di come rigenerare nuovi motori di sviluppo e di coesione sociale, abbandonando l’idea che il conflitto sociale sia, di per sè, fonte di progresso. E rafforzando, in alternativa, la cooperazione tra finanza, imprese, lavoro, come condizione per favorire investimenti e occupazione. Rende necessario accelerare il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society per mettere in condizione le persone e le famiglie di affrontare la mobilità lavorativa, la cura dei figli e dei non autosufficienti, e di sostenere, come attori primari, una domanda di beni e servizi, anche relazionali, riscontrata da un’offerta di qualità prodotta da organizzazioni efficienti, ma non necessariamente aventi scopo di lucro. Reddito, occupazione, benessere dipenderanno dalla nostra capacità di ripensare le istituzioni, l’economia capitalistica, e quella civile, nell’ambito di una sussidiarietà circolare che incentivi le iniziative, personali e collettive, che generano benefici pubblici.
La politica che abbiamo conosciuto in questi anni: facili promesse, accompagnate dall’idea che lo Stato, e la spesa pubblica, fossero in grado di soddisfare le aspettative più disparate, e che ha favorito l’azione dei gruppi organizzati a danno dei soggetti più deboli, non è in grado di guidare questi cambiamenti.
Il Manifesto di Todi propone un cambiamento nel modo di interpretare la politica: aprire lo spazio alla partecipazione democratica che esprima valori, ideali, ricerca di nuovi modelli, responsabilità diffuse, classi dirigenti competenti ed esemplari. Non delimitato alle istituzioni pubbliche, chiamate, in questo contesto, a produrre visione, a recuperare autorevolezza nelle relazioni internazionali.
Come costruire questa nuova offerta politica? Lo stereotipo della ricostruzione velleitaria di una nuova Democrazia cristiana è stato utilizzato anche per screditare l’iniziativa di Todi. Ma è una discussione rimasta al di fuori delle porte del seminario. Le rappresentanze sociali e dei movimenti religiosi sono un potente bacino di persone, idee, passioni, reti sociali fiere della loro autonomia. Ma non rappresentano, neppure in embrione, un potenziale contenitore politico che si avvicini al loro rilevantissimo peso associativo. Possono essere portatrici, nel contempo, di una domanda di cambiamento, e di capacità di tradurla in opera, in moltissimi ambiti della vita economica e sociale, a patto di sapersi rinnovare anche nelle loro specifiche missioni.
Per influenzare i processi politici, i programmi, la formazione delle rappresentanze, è necessario avviare un produzione culturale e politica, inventare nuovi linguaggi, essere in grado di rispondere ai bisogni e alle aspettative diffuse. Solo questo percorso può consentire di rielaborare il radicamento sociale in consenso politico e renderlo disponibile per alleanze più ampie.
Questo lavoro richiede l’organizzazione di un soggetto unitario di interlocuzione con la politica in grado di influenzare i mutamenti della rappresentanza. Senza l’ambizione di costruire un partito, ma non indifferente rispetto alle posizioni assunte dalle forze politiche.
L’arroccamento in atto sulle rendite di posizione della Seconda Repubblica non durerà a lungo, perché condizionato dai ben noti ed operanti vincoli esterni.
I vuoti di potere, che possono produrre disaffezione e ribellioni, andranno riempiti con una nuova offerta politica. Allora si comprenderà l’importanza del lavoro intrapreso a Todi. E saranno molti, tra coloro che adesso lo criticano, difendendo le rendite del bipolarismo inconcludente, a cercare questi interlocutori, per recuperare il terreno perduto.

Natale Forlani