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La profezia postuma di Hermann Scheer, padre degli incentivi alle rinnovabili

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Un mondo alimentato per il 100% da energia rinnovabile è possibile?
La risposta è affermativa secondo Kyoto Club ed Edizioni Ambiente, gli organizzatori del seminario che si è tenuto a Roma presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, per la presentazione del libro postumo di Hermann Scheer (scomparso un anno fa) ”Imperativo EnergEtico”. Sociologo, economista e poi politico al Bundestag per il SPD, Scheer, nato a Wehrheim, un paesino di novemila abitanti dell’Assia, è stato uno dei maggiori sostenitori delle energie rinnovabili, tanto da contribuire alla creazione di IRENA, la International Renewable Energy Agency, che ha stimolato la trasformazione del sistema energetico tedesco portando la Germania a diventare, oggi, leader nel settore.

“Hermann Scheer era un visionario che abbinava la capacità di guardare lontano nel campo energetico alla concretezza nella definizione degli strumenti più adatti a favorire la diffusione delle rinnovabili” sottolinea Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. E’ stato Scheer a battersi, per primo, per l’introduzione di una legge sulle rinnovabili che premiasse la produzione, con le tariffe feed in, secondo uno schema che è stato poi riproposto da molti Stati – tra cui l’Italia con il Conto Energia. Sua anche la previsione che le fonti energetiche pulite avrebbero presto assunto un ruolo importante nel mix energetico, quando ancora in pochi avrebbero scommesso sul successo delle rinnovabili.

Secondo Scheer, la prospettiva di un mondo alimentato per il 100% da energia rinnovabile è innanzitutto una questione di carattere etico e sociale e non tecnico: “Il mio punto di partenza non sono le fonti rinnovabili, bensì la società”, scrive Scheer nella prefazione all’ultimo libro. “La conversione alle rinnovabili è importante per la storia della civiltà. Dobbiamo pertanto sapere come è possibile accelerare questo processo di transizione. A scarseggiare non sono le rinnovabili, ma il tempo.”

Appurato che il futuro sarà “delle rinnovabili”, la domanda che resta è dunque il quando. Uno studio della società di consulenza McKinsey, pubblicato pochi mesi fa dalla European Climate Foundation, sostiene che, tecnicamente, l’Europa può arrivare a produrre il 100% di elettricità da fonte rinnovabile entro il 2050. La cosa sorprendente – più ancora della data “dietro l’angolo” –  è che il risultato, secondo McKinsey, sarebbe raggiungibile senza un aumento dei costi rispetto all’attuale sistema energetico.

Un altro scenario, delineato da Mark Jacobson e Mark Delucchi, dell’Università della California (“Plain for a Sustainable Future”, pubblicato dalla rivista “Scientific American”nel 2009 e in “Energy Policy” nel 2011), dimostra addirittura la possibilità, tecnica ed economica, di costruire un mondo 100% a energia pulita già al 2030. La conclusione è la medesima: la trasformazione converrebbe anche sul piano economico; senza considerare il risparmio in termini di danni futuri, umani ed economici, derivanti dai cambiamenti climatici in corso.

Il governo tedesco, come noto, ha abbracciato in pieno questa visione della produzione di energia, tanto da farne il fiore all’occhiello dell’industria nazionale: in Germania si è passati, in pochi anni, dal 4% al 20% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, con una filiera che ha dato lavoro a migliaia di persone e vantaggi enormi anche in termini di prezzo dell’energia. Milan Nitzschke, vicepresidente di SolarWorld, primo produttore di moduli solari in Europa, sottolinea come nel Paese si sia superata la quota di un milione di impianti solari, che rappresentano un milione di piccoli produttori di energia. E’ vero che, per anni, il settore è stato finanziato tramite tariffe agevolate, ma ora che si avvia alla maturità, gli incentivi e i prezzi sono discendenti. Il mercato energetico tedesco, nel frattempo, è cambiato, gode di maggiore concorrenza sul mercato e meno dipendenza da pochi grandi produttori. Le implicazioni di questa decentralizzazione dell’energia sono enormi, anche in termini di “democrazia” dell’accesso all’energia e cambiamento degli assetti geopolitici: chi riuscirà a sviluppare il potenziale delle rinnovabili, avrà vinto la sfida energetica del futuro.

Agli scettici rimane il dubbio se tutto questo non si risolva, alla fine, in un bel racconto narrativo. Abbiamo quindi voluto chiedere il parere di un “tecnico”, l’ingegner Marco Morosini, analista presso il Politecnico di Zurigo. “Credo non sia affatto un’utopia”, afferma Morosini, “e ci sono studi molto convincenti a favore di questa possibilità, dal punto di vista tecnico ed economico. Il rischio di utopia risiede  nel campo della volontà politica. Gli stessi Jacobson e Delucchi, parlano delle lentezze e resistenze di natura politica che potrebbero prolungare il periodo necessario per questa transizione al 100% di energia da fonte rinnovabile. Loro parlano di un orizzonte al 2030, ma a patto di avere politiche efficaci; altrimenti il 2050, con politiche più blande”.

A quanto pare, dal punto di vista tecnico, non manca dunque niente: la transizione si potrebbe sostanzialmente compiere già con le tecnologie esistenti, a patto di sviluppare soluzioni per un miglior accumulo di energia. “Vanno costruiti impianti per l’accumulo di energia con le tecniche che  già si conoscono, come le stazioni di pompaggio idroelettrico, produzione di idrogeno, stoccaggio di calore nel sottosuolo, batterie. Queste tecnologie vanno ancora migliorate, ma sono già attuabili”.

In questo scenario il contributo dell’Italia potrebbe essere consistente ed economicamente vantaggioso. Innanzitutto per la posizione geografica. “Per questo occorre una strategia energetica nazionale decisa e lungimirante, con obiettivi che traguardino diversi decenni, almeno fino al 2050. Questo purtroppo in Italia attualmente non c’è. Occorrerebbe un largo consenso nazionale al di là degli schieramenti politici, come avviene in altri Paesi europei”. Eppure anche questa condizione, in tempi di Governi “tecnici”, non sembra più utopica nemmeno in Italia.