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La privacy degli onorevoli

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«Privacy»! Regalano a un gruppo di parlamentari, a spese dei cittadini, anche il vitalizio di ex consigliere o ex assessore regionale e osano invocare la privacy! Davvero chi viene chiamato in questi tempi di vacche magre a compiere nuovi sacrifici dovrebbe accettare una risposta così? Nonostante il Garante abbia già disposto la massima trasparenza? Eppure alla Regione Campania non sentono ragioni. Ma partiamo dall’ inizio. Cioè dalla scoperta che i privilegi di una cattiva politica, per quanto siano studiati e denunciati, riservano sempre nuove sorprese. Ed ecco saltar fuori una leggina del 15 febbraio 2005. Avevano fretta, quel giorno, alla Regione Campania. Mancavano poche settimane al voto per il rinnovo del Consiglio che avrebbe confermato Antonio Bassolino. Sui giornali Carlo Azeglio Ciampi, dall’ India, invitava gli imprenditori a buttarsi sui mercati asiatici e sospirava sulla bassa crescita italiana. E i protagonisti di questa storia pensarono bene di mettere in salvo un tesoretto per il loro futuro. Un batter d’ occhio e la legge passò con i requisiti della «dichiarazione d’ urgenza». Il giorno dopo, 16 febbraio, era già sul bollettino ufficiale, con la firma di Bassolino. Cosa c’ era di tanto urgente? Un ritocco ai vecchi provvedimenti regionali sulle indennità e i benefit per i consiglieri. In particolare a un comma contenuto nelle norme introdotte nel giugno 1996, quando era governatore l’ ex msi Antonio Rastrelli. Diceva quel comma: «L’ erogazione dell’ assegno vitalizio è sospesa qualora il titolare venga eletto al Parlamento europeo, al Parlamento nazionale o ad altro Consiglio regionale». Bene, quel giorno la disposizione fu «urgentemente» cancellata con un tratto di penna. E da allora gli ex consiglieri regionali della Campania eletti onorevoli, senatori o deputati europei possono almeno sulla carta cumulare all’ indennità parlamentare il vitalizio della Regione, che viene loro corrisposto dopo soli cinque anni di mandato (cinque!) anche all’ età di 55 anni. Una schifezza. Che perfino la Sicilia, sull’ onda dello scandalo di sei parlamentari scoperti nel 2006 a percepire contemporaneamente l’ indennità da onorevole e la pensione da ex consigliere, ha dovuto cancellare. Non senza reazioni: il divieto, scattato solo dal 1° gennaio 2011, è stato impugnato da un gruppo di ex consiglieri (fra cui l’ ex ministro democristiano Calogero Mannino) davanti alla Corte dei conti. Non bastasse, quella leggina ritoccava un altro comma delle vecchie regole campane. Da allora per riscuotere il vitalizio senza patire alcuna penalizzazione, al consigliere regionale che ha fatto almeno due mandati sono sufficienti 55 anni di età anziché 60. Per chi ne ha fatto uno solo continuano a valere le vecchie regole: si va anche a 55, ma con una riduzione per ogni anno che manca al sessantesimo. Cinquantacinque anni: dieci anni in meno di quelli pretesi per tutti gli altri cittadini italiani. Ma quanti sono i parlamentari che oggi avrebbero diritto, stando a quell’ insensata normativa, a cumulare l’ indennità con il vitalizio regionale? Ad esempio il deputato del Pdl Domenico Zinzi, che è anche presidente della Provincia di Caserta. La democratica Luisa Bossa. Gli onorevoli pidiellini Vincenzo Fasano e Gennaro Coronella. Il deputato europeo, lui pure pidiellino, Enzo Rivellini. E un paio di senatori che i 55 anni li hanno compiti da una manciata di mesi: il sottosegretario «responsabile» Riccardo Villari (quello che a La zanzara si è lamentato di come le «lamelle di spigola con radicchio e mandorle» servite al ristorante del Senato al prezzo di 3 euro e 34 centesimi non fossero poi così buone) e il dipietrista Aniello Di Nardo. Ma ha diritto al cumulo anche chi è stato assessore e di anni ne ha già compiuti 60. Come Luigi Nicolais, classe 1942, onorevole del Pd e assessore con Bassolino al pari del senatore democratico Enzo De Luca, 63 anni, omonimo del sindaco di Salerno. O Cosimo Izzo, del Pdl, a suo tempo assessore nella giunta Rastrelli. È così? Possiamo avere conferme? Lo chiediamo all’ ufficio stampa della Regione. Risposta cauta: «Ci fate avere una richiesta ufficiale?». Mandiamo il fax. Silenzio. Ricevuto? Silenzio. Telefoniamo direttamente al presidente del Consiglio regionale, il berlusconiano Paolo Romano. Risposta: «Non c’ è problema. Ho girato subito la vostra lettera agli uffici». Nuovo silenzio. Strano: avendo Romano irrobustito tre mesi fa il suo staff personale, portandolo da 15 persone più un dirigente (così era la pianta organica) a 24 collaboratori (tre in più dello staff ristretto di Barack Obama), non capiamo il ritardo. Torniamo alla carica. Finché richiama un funzionario: massima collaborazione, massima trasparenza, bla-bla-bla… E finalmente arriva un fax di risposta. Titolari di «assegni vitalizi diretti»: 172. Titolari di «assegni vitalizi di reversibilità»: 53. Totale mensile lordo erogato a settembre 2011: un milione, 164.986 euro e 12 centesimi. Cioè una media di 5.177 euro e 71 cent: oltre sei volte i 799 euro della pensione media erogata dall’ Inps. E i nomi? Zero. Perché? «Preme evidenziare che circa la richiesta dell’ elenco dei nominativi dei singoli ex Consiglieri ed ex Assessori, si è provveduto ad inoltrare specifica richiesta di parere al Garante per la Protezione dei dati personali, nella urgenza di una normativa di riferimento non sufficientemente chiara riguardo alla fattispecie». Firmato: il «capo di gabinetto avv. Raffaele Ambrosca». Una normativa non sufficientemente chiara? Ma il Garante per la privacy ha già risposto! Quattro anni fa. Spiegando, come forse i lettori del Corriere ricordano, che il presidente del Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige Franz Pahl aveva torto marcio a rifiutarsi di dare i nomi dei 183 ex «deputati» locali che ricevevano vitalizi (5.054 euro al mese) che pesavano sul bilancio per 11.100.186 euro. Irritata per come veniva «spesso lamentato che le pubbliche amministrazioni giustificano la propria decisione di non fornire informazioni ai giornalisti dietro una supposta applicazione della legge sulla privacy», l’ Authority ribadì di aver già detto che la legge 675/96 sulla tutela dei dati sensibili e poi il «Codice privacy» non avevano affatto «inciso in modo restrittivo sulla normativa posta a salvaguardia della trasparenza amministrativa». Quindi «la disciplina sulla tutela dei dati personali non può essere in quanto tale invocata strumentalmente per negare l’ accesso ai documenti». Insomma, un conto sono i dati sui gusti sessuali, le malattie, la fede religiosa, un altro le «situazioni patrimoniali di coloro che ricoprono determinate cariche pubbliche o di rilievo pubblico». Punto e fine. Non sono forse soldi dei cittadini? E non hanno diritto, quei cittadini, a sapere come vengono spesi? Sergio Rizzo Gian Antonio Stella