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La lezione di Latouche contro il totalitarismo del mercato

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La provocazione e’ molto forte: siamo prigionieri del totalitarismo dell’economia. Da qui una visione del mondo, del progresso, del futuro, che schiaccia la politica e la morale e occupa la totalita’ dello spazio. E da qui il delirio consumistico, imploso con le sue contraddizioni nel corso di una crisi ancora tutta da decifrare, la tossicodipendenza dagli oggetti, specie quelli piu’ sofisticati sul piano tecnologico, e la riduzione perfino della vita privata e dell’intimita’ a puri rapporti mercantili. Serge Latouche (L’invenzione dell’Economia, edizioni Bollati Boringhieri, 257 pagine, 18 euro) ha costruito la sua fortuna di scienziato sociale su una precedente provocazione, diventata poi una bandiera nel perimetro dei grandi conflitti intellettuali: l’elogio della decrescita serena, ovvero la demolizione della religione del mercato, del Pil, del benessere misurato solo con parametri quantitativi e con le statistiche che registrano ogni millesimo di aumento della produzione. E l’idea, forse perfino elementare nella sua essenzialita’, in base alla quale una crescita infinita e’ incompatibile con i limiti di un Pianeta finito. Denunciando il totalitarismo dell’economia, e chiedendo di fatto l’uscita radicale da questa forma di pensiero unico, Latouche inserisce un altro tassello nel puzzle intitolato alla ricerca, appassionata e vivacissima sul piano dei contenuti, di un nuovo orizzonte per gli uomini e le donne che ancora sognano un mondo migliore e non possono rincorrerlo, come e’ avvenuto nel Novecento, con la droga e con le semplificazioni e le aberranti certezze dell’ideologia. Siamo nel guado del dubbio, naufraghi del tempo contemporaneo, senza piu’ una bussola che indica la rotta di un pensiero forte e inclusivo, di un orizzonte che ci restituisca il piacere di desiderare piu’ liberta’ e piu’ equita’. Per tutti. E nella ricerca di una nuova strada Latouche e’ perfettamente a suo agio, laddove inchioda l’economia alla colpa della sua sopraffazione, alimentata da generazioni di scienziati che a forza di rincorrere numeri e crescita, sono andati a sbattere contro il muro di una recessione che non e’ solo congiuntura, ma innanzitutto cambio d’epoca e quindi di paradigma.
Pur di rafforzare la sua provocazione e di ancorarla alle radici del pensiero filosofico, Latouche si spinge fino alla ricerca di un padre nobile del suo lavoro di demolizione della scienza economica, e lo ritrova tra le pagine di Aristotele: secondo il professore emerito all’universita’ di Paris-Sud, il grande filosofo dell’antichita’ ragionava, con categorie modernissime, sul come, dove e quando mettere sotto controllo l’economia per non restarne prigionieri. Di Aristotele in giro oggi se ne vedono pochi, e intanto la scienza economica ha gia’ subito un colpo pesantissimo alla sua credibilita’ non essendo riuscita con la sua babele di previsioni e di statistiche ad anticipare la frana di una crisi cosi’ strutturale che vivremo ancora a lungo. Ma l’unica, vera e autentica sconfitta di quello che Latouche definisce il totalitarismo dell’economia non puo’ non venire fuori dall’azione congiunta di due leve, una individuale, l’altra collettiva. La prima evoca la coscienza, e dunque la responsabilita’, di ciascuno: lo squilibrio del mondo post globalizzazione, diviso in due stanze, in una si spreca e nell’altra si crepa, e’ talmente evidente che solo l’indifferenza e il cinismo, cioe’ la negazione di valori fondamentali a partire dalla responsabilita’, possono portarci alla sua rassegnata accettazione. La seconda leva, quella collettiva, chiama in causa la politica, perche’ la scienza economica ha dilagato, distribuendo a mani basse il verbo del suo pensiero unico, per il semplice motivo che intanto e’ arretrata la politica. Cosi’ lo spazio e’ stato occupato in modo improprio: da finanzieri senza scrupoli che hanno messo sotto scacco istituzioni e primato della politica e da liberi pensatori che hanno dato la legittimazione culturale al nuovo disordine. Un mondo dove l’economia non sara’ totalitaria come scrive, provocatoriamente, Latouche, ma certo la politica ha alzato le mani in segno di resa.