La Corte dei Conti: "Sprecati 320 milioni" | Non Sprecare
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La Corte dei Conti: “Sprecati 320 milioni”

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Lavinia Di Gianvito

 

Fondi pubblici spariti e non
si sa neppure dove. Attività
«predatorie» di soggetti privati
ai danni dell’Erario. Perfino
poliziotti che rapinano, rubano,
truffano, spacciano. Sono
tutt’altro che indulgenti le relazioni
con cui il viceprocuratore
generale Pio Silvestri e il
presidente della sezione Lazio,
Salvatore Nottola, aprono
l’anno giudiziario della Corte
dei Conti. I magistrati evidenziano
ruberie a 360, con danni
alle casse pubbliche che,
nel 2010, hanno toccato i 320
milioni di euro. Ne emerge un
quadro in cui, dagli appalti ai
fondi Ue, il malaffare appare
capace di insinuarsi dovunque,
purché ci sia una torta da
spartire.
Nella disfatta generalizzata
della correttezza amministrativa,
due settori sembrano affliggere,
in particolare, via
Baiamonti: le municipalizzate
e la sanità. Basta leggere:
«Esemplari le vicende dell’acquisto,
per importi ingentissimi,
di materiali mai utilizzati
dalle società Atac Trambus e
Ama». Proprio le due aziende
– sarà un caso? – finite al centro
dell’inchiesta «Parentopoli
». «I danni accertati dalla procura
regionale per l’Ama – scrive
Silvestri – superano la somma
di otto milioni di euro e
conseguono alla mancata utilizzazione
di costose apparecchiature
di lavaggio cassonetti
e di mezzi Kamoto, che sono
moto per la raccolta delle
deiezioni canine». E nonostante
la spesa «abbastanza ingente
», chiosa il magistrato, «né
gli abitanti, né i turisti» hanno
finora mai avuto strade
più pulite.
Ancora più pesanti, secondo
il viceprocuratore generale,
«i danni per l’acquisto di
74 tram e autobus», inutilizzati
o usati solo in parte «in ragione
di ripetuti guasti di origine
strutturale ovvero per
l’inadeguatezza dei mezzi –
tram di 44 metri – rispetto alle
strutture rotabili». Se «la spesa
complessiva è ammontata
a circa 260 miliardi delle vecchie
lire, i danni accertati superano
i nove milioni di euro
», dovuti al parcheggio dei
jumbo-tram «in quel di Colleferro
al costo di 150 mila euro
all’anno e alla non utilizzazione
di circa il 30 per cento dei
mezzi acquistati».
Ancora più duro il capitolo
sulla sanità, che può contare
su casi in cui «l’interesse privato
ha assunto caratteri truffaldini
». La relazione ricostruisce,
in particolare, l’inchiesta
sul San Raffaele di Velletri,
con gli ordini di custodia (nel
2009) per Antonio e Giampaolo
Angelucci e i sequestri disposti
dalla Corte dei Conti
nel 2010. Tanta attenzione
«per le dimensioni colossali
della frode»: oltre 126 milioni
di euro «riconducibili soltanto
a una tipologia di prestazioni
sanitarie (riabilitazione) e a
una sola casa di cura». Anche
(o soprattutto?) vicende del
genere spiegano il dissesto
della sanità, con il debito che
tra il 2001 e il 2008 «ha raggiunto
la cifra record di undici
miliardi di euro, sette dei
quali accumulati nel periodo
oggetto di indagine
(2005-2008)». E nel solo 2008
il buco «è cresciuto addirittura
di un miliardo e 639 milioni
». Così l’aumento dell’Irap e
dell’Irpef nel Lazio, sottolinea
il vice procuratore generale «è
conseguenza indiretta, tuttavia
più che certa, degli sprechi
e delle truffe nel settore sanitario
».
«La natura pubblica degli
interessi protetti – osserva il
presidente Nottola – dovrebbe
indurre alla costruzione di un
rigoroso sistema di accertamento
degli illeciti e di ripristino
delle risorse compromesse
». E invece no. Anzi, tutto
il contrario. «L’appartenenza
dei possibili responsabili alla
pubblica amministrazione –
sottolinea il magistrato – ha
condotto all’introduzione «di
un complesso di norme tendenti
a creare una protezione
» intorno a loro, una sorta
di salvacondotto per corrotti e
truffatori.
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