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La burocrazia che taglia le gambe: 18 permessi per un piccolo cavo

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Oggi ho letto questa storia: una piccola società di Prato del settore delle rinnovabili, specializzata in impianti idroelettici, rischia di alzare bandiera bianca di fronte al muro di 18 enti che devono firmare un’autorizzazione per sistemare trenta metri di cavo di un piccolo eletrodotto. Stiamo parlando di un’opera non invasiva, utile alla collettività e indispensabile per potenziare la rete nella zona, al servizio dei cittadini e delle imprese. Il muro è formato da enti, lontanissimi per competenza e, forse, in alcuni casi del tutto inutili.

Per l’impianto di Prato, infatti, c’è bisogno, per esempio, del via libera dell’Autorità di vigilanza sulle attività minerarie, del Comando della Marina di Napoli (che cosa ci azzecca con Prato è un mistero…), del Comando militare per il territorio, e ovviamante dell’Enav e dell’Enac oltre che di un paio di soprintendenze.

Paradossi a parte, e immaginando anche la buona fede di chi sta in cima al muro in attesa di firmare, restano due domande. La prima: ma il conto di queste procedure barocche e inverosimili non lo pagano forse i cittadini? La seconda: quale azienda straniera potrà mai investire in Italia se per trenta metri di cavo servono 18 autorizzazioni, una in fila all’altra senza alcun coordinamento?

Ecco, l’Italia che spreca e che non riesce a crescere si nasconde anche dietro la montagna che sorveglia i centimetri di un mini-impianto idroelettrico.