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La benzina salva la cultura. Ma finiranno gli sprechi nel settore?

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Alla fine il conto lo pagheranno gli automobilisti. Un aumento delle accise sulla benzina, uno o due centesimi a litro, per dare una boccata d’ossigeno al mondo dello spettacolo in rivolta dopo i tagli decisi dal governo. Cancellato, dunque, l’aumento di un euro del biglietto del cinema, e via libera a una mini-tassa sul carburante (20 euro all’anno per ogni macchina, secondo i calcoli dell’Adicosum): così il Fondo unico per lo spettacolo (Fus) potrà contare sulla stessa dotazione dello scorso anno, 438 milioni di euro, e la tax credit, un’agevolazione a favore delle produzioni cinematografiche, diventerà una “misura strutturale”. Ricorrendo all’antico rubinetto della benzina, come facevano spesso i governi democristiani della Prima Repubblica quando si trovavano con l’acqua alla gola, l’esecutivo ha fatto una scelta di buon senso sebbene in evidente ritardo. Una scelta obbligata, considerando la sollevazione, andata avanti per mesi, di tutto il mondo dello spettacolo e in generale della cultura per quei tagli che rischiavano di dare un colpo mortale al settore. A parte le proteste di registi, attori, produttori, questa volta sono scesi in campo tutti i grandi nomi dello spettacolo, come il direttore d’orchestra Riccardo Muti che ha fatto sentire la sua voce indignata di fronte al capo dello Stato in occasione del concerto per i festeggiamenti del 17 marzo. Silvio Berlusconi, coperto alle spalle da Gianni Letta che ha dovuto affrontare l’ennesimo duello con Giulio Tremonti, non poteva fare diversamente. E se la tenuta dei conti pubblici resta una priorità, il principio che il governo ha affermato con questa retromarcia è quello di non penalizzare un settore strategico per il Paese, nel quale semmai dovremmo investire per creare opportunità di lavoro e per dare una spinta all’industria turistica. La vicenda insegna anche che i tagli orizzontali, decisi solo sulla base della legge dei numeri, non sempre possono funzionare e il governo ha il diritto-dovere di individuare delle priorità sulle quali non è possibile ridurre le risorse. I Beni culturali e l’universo dello spettacolo rappresentano alcune di queste priorità, e come tali vanno considerate anche in sede di definizione del bilancio. Piuttosto, adesso che i 438 milioni di euro sono tornati sul tavolo, bisogna augurarsi che siano spesi in modo efficace, senza sprechi e clientele che purtroppo si sono moltiplicate negli ultimi anni.

Nella stessa occasione il governo è intervenuto, con una norma straordinaria, per aiutare gli scavi di Pompei a uscire dalle tenebre della dissipazione. E’ stata così decisa l’assunzione di personale specializzato (30 funzionari e 50 operai), senza il quale la salvaguardia del sito, e tantomeno i necessari restauri, possono essere garantiti. Qui siamo in presenza ancora di una semplice “toppa” e non si vede un progetto complessivo, una strategia che dia ai resti dell’antica città una prospettiva più ambiziosa della semplice e precaria sopravvivenza. Gli scavi di Pompei rappresentano uno dei patrimoni più importanti che abbiamo nel nostro Paese e possono diventare il volano per lo sviluppo di un intero territorio e di un’intera economia. Sono un pezzo pregiato del sistema Paese, del quale tanto si parla spesso a sproposito, e come tale andrebbero tutelati e rilanciati. Se il governo ci crede, non basta qualche assunzione nell’organico della Sovrintendenza per dimostrarlo. E se ci sono dei privati pronti a scommettere su questa operazione si facciano avanti, non solo con le interviste sui giornali e innanzitutto con il portafoglio alla mano. Solo così potremo sognare di salvare Pompei.

Infine una piccola notazione di cronaca. Ieri Giancarlo Galan è stato nominato ufficialmente nuovo ministro dei Beni culturali: auguriamoci che faccia il suo mestiere con più passione e con più convinzione del suo predecessore.