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Internet non e’ poi cosi’ libera

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di Sergio Pennacchini

Non è certo il momento migliore per parlare di Internet, censura e controllo delle informazioni. Lo sapeva perfettamente , Hillary Clinton, Segretario di Stato statunitense quando è intervenuta ieri alla George Washington University, a Washington DC. Il ricordo delle rivolte in Tunisia ed Egitto è ancora fresco, così come il tentativo da parte dei governi di Ben Ali e Mubarak di oscurare il Web e soprattutto i social network come Facebook e Twitter. “ Dobbiamo iniziare una seria analisi sui principi e le regole che devono guidarci nello sviluppo di Internet”, ammette la Clinton, “ cercando il giusto equilibrio tra la necessità di garantirne la libertà, e il compito di proteggere la sicurezza dei nostri sistemi”. Nel suo discorso Hillary Clinton non ha fatto accenno a regole specifiche, ma ha avvertito i governi che arrestano blogger scomodi che: “ La repressione non è una soluzione. Internet può essere bloccata per un po’, ma non per sempre”. Ma quanto è davvero libera la Rete negli Usa e nel mondo?

A giudicare dalla ricerca realizzata da OpenNet.sullo stato della censura di Internet, non è che gli Stati Uniti siano poi degli stinchi di santo. Anzi, la nazione paladina della democrazia e della libertà sembra essere più severe di alcuni paesi dell’ Africa e del Sud America. La prima infatti è tacciata di “ some chensorship” mentre le altre di “ no chensorship”. Certo bisogna anche tenere conto della diversa diffusione del Web nelle diverse aree.

Condivide il destino statunitense la stragrande maggioranza del continente americano, di quello europeo (fatti salvi il Centro America e parte dei Balcani) e del subcontinente indiano. Russia e Australia sono addirittura tacciate di tenere “ sotto sorveglianza” la Rete, mentre in Cina e in Medio Oriente la censura è dilagante e pervade ogni spazio della Rete.

L’indagine individua tre criteri di intervento principale: sicurezza nazionale, mantenimento dei valori sociali e protezione del regime in carica. A essere colpiti sono per lo più i blog, destinatari del 20 per cento delle azioni restrittive, contro l’1 per cento dei siti appartenenti a gruppi militanti. Sorprendentemente al terzo posto nella classifica dei più “zittiti” ci sono le Ong con il 9 per cento dei casi di censura a loro carico.

Tuttavia, The Citizen Lab, l’ Università di Toronto e l ‘Harvard Law School – responsabili della ricerca di Open Net – dovrebbero chiarire meglio cosa intendono per censura: anche le azioni contro la pedopornografia e il file sharing rientrano secondo queste istituzioni nell’ambito della censura. Ma sono più spesso considerate come azioni contro la legalità e la difesa dei diritti umani.

Non è certo il momento migliore per parlare di Internet, censura e controllo delle informazioni. Lo sapeva perfettamente , Hillary Clinton, Segretario di Stato statunitense quando è intervenuta ieri alla George Washington University, a Washington DC. Il ricordo delle rivolte in Tunisia ed Egitto è ancora fresco, così come il tentativo da parte dei governi di Ben Ali e Mubarak di oscurare il Web e soprattutto i social network come Facebook e Twitter. “ Dobbiamo iniziare una seria analisi sui principi e le regole che devono guidarci nello sviluppo di Internet”, ammette la Clinton, “ cercando il giusto equilibrio tra la necessità di garantirne la libertà, e il compito di proteggere la sicurezza dei nostri sistemi”. Nel suo discorso Hillary Clinton non ha fatto accenno a regole specifiche, ma ha avvertito i governi che arrestano blogger scomodi che: “ La repressione non è una soluzione. Internet può essere bloccata per un po’, ma non per sempre”. Ma quanto è davvero libera la Rete negli Usa e nel mondo?

A giudicare dalla ricerca realizzata da OpenNet.sullo stato della censura di Internet, non è che gli Stati Uniti siano poi degli stinchi di santo. Anzi, la nazione paladina della democrazia e della libertà sembra essere più severe di alcuni paesi dell’ Africa e del Sud America. La prima infatti è tacciata di “ some chensorship” mentre le altre di “ no chensorship”. Certo bisogna anche tenere conto della diversa diffusione del Web nelle diverse aree.

Condivide il destino statunitense la stragrande maggioranza del continente americano, di quello europeo (fatti salvi il Centro America e parte dei Balcani) e del subcontinente indiano. Russia e Australia sono addirittura tacciate di tenere “ sotto sorveglianza” la Rete, mentre in Cina e in Medio Oriente la censura è dilagante e pervade ogni spazio della Rete.

L’indagine individua tre criteri di intervento principale: sicurezza nazionale, mantenimento dei valori sociali e protezione del regime in carica. A essere colpiti sono per lo più i blog, destinatari del 20 per cento delle azioni restrittive, contro l’1 per cento dei siti appartenenti a gruppi militanti. Sorprendentemente al terzo posto nella classifica dei più “zittiti” ci sono le Ong con il 9 per cento dei casi di censura a loro carico.

Tuttavia, The Citizen Lab, l’ Università di Toronto e l ‘Harvard Law School – responsabili della ricerca di Open Net – dovrebbero chiarire meglio cosa intendono per censura: anche le azioni contro la pedopornografia e il file sharing rientrano secondo queste istituzioni nell’ambito della censura. Ma sono più spesso considerate come azioni contro la legalità e la difesa dei diritti umani.

E non sono certo gli unici tipi di contromosse messe in atto dai governi: non sempre l’azione moderatrice i è tesa al rispetto dei diritti dei cittadini come nei due casi sopracitati, soprattutto in quei paesi dove l’accesso a Internet o ai social network è molto limitato.

Esattamente come accade in Iran.  Questa nazione è al primo posto tra i paesi che filtrano di più le informazioni, censura contenuti relativi a conflitti, movimenti politici e s eparatisti e ostacola la diffusione di diversi social network: per esempio in occasione delle elezioni presidenziali del 2009 Twitter è stato letteralmente oscurato (schermata 7). Spesso ad essere oggetto dell’ascia dei governi sono anche email, motori di ricerca e servizi Voip (schermata 4). I più attivi in questo senso sono (i soliti noti) Cina, Medio Oriente, Penisola Araba e Subcontinente Indiano.

E in Italia, il Web è davvero libero? Abbastanza, ma non del tutto, però. C’è “ qualche forma di censura” secondo OpenNet nel nostro Paese . Non siamo ai livelli di Russia e Australia, e neanche di Iran o Cina, ma neanche tra i più virtuosi. Qui i risultati della ricerca.