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In Bolivia la coca sta distruggendo l’Amazzonia

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Si riconosce subito una piantagione di coca: il suo verde acceso, chiaro e luminoso, si staglia sullo sfondo verde cupo della foresta tropicale che dall’alto appare come un patchwork vegetale di chiazze scure e chiare dalla forma troppo regolare per essere naturali. Percorrendo l’accidentata strada che attraversa le valli del Nord della Bolivia se ne incontrano tante, troppe: quasi ogni crinale, non eccessivamente scosceso con una buona esposizione solare, ospita un campo di bellissime piante di coca. Lungo il percorso si incontrano piccoli nuclei abitativi, dimore delle famiglie che coltivano i campi di coca tutt’intorno, ricavati deforestando pezzi di foresta vergine. Mi fermo a parlare con un signore intento a spargere su un telo le foglie di coca appena raccolte per essiccarle al sole. Racconta che è arrivato qui con moglie e figli tre anni fa. Rimarrà altri due, tre anni sfruttando al massimo le capacità della sua piantagione per poi spostarsi nuovamente perché i terreni tropicali si impoveriscono velocemente: qui tra breve non potrà più crescere nulla. Allora, si trasferirà con la sua famiglia a qualche chilometro di distanza dove deforesteranno per costruire la nuova casa e creare nuovi campi di coca. Apriranno nuove strade, varchi che saranno percorsi da cacciatori, deforestatori e altri cocaleros… Così, un piccolo, laborioso, variegato esercito, affamato di terra e risorse, dilaga divorando mese dopo mese, anno dopo anno l’Amazzonia boliviana.

Non dovrei stupirmi di fronte alle piantagioni di coca che scorrono lungo la strada, così fan tutti, quaggiù, è legale… se non fosse che mi trovo nel cuore del Parco di Apolobamba, una zona protetta, sotto la tutela del governo boliviano. Una terribile constatazione, una pessima novità: il presidente boliviano, Evo Morales, tuttora leader del movimento sindacale dei cocaleros, aveva promesso di fare della conservazione ambientale un pilastro del suo governo. Mi torna alla mente un passo del discorso di Morales all’Onu nel settembre 2007: «Oggi i popoli dell’America Latina e del mondo sono convocati dalla Storia per convertirsi alla salvaguardia e alla difesa della natura e della vita. Chi se non i popoli indigeni possono segnalare l’urgenza all’umanità affinché vengano preservati la natura, le risorse naturali e dei territori in cui abitiamo da sempre?». Già: chi se non loro?

Quando Morales è stato eletto nel 2006 le aspettative erano molto alte e si era sperato in un rinnovamento sociale e in un serio intervento per la protezione e la valorizzazione dell’immenso patrimonio naturale boliviano. Ma confrontandomi con diversi membri di associazioni ambientaliste che operano in Bolivia, scopro che la situazione del territorio oggi è la peggiore degli ultimi 30 anni, specialmente a causa dell’incremento della deforestazione legato alla produzione di coca. Forse non avremmo dovuto illuderci: con il cocalero Morales la coltivazione della “foglia sacra” è aumentata notevolmente e si è addirittura allargata alle aree protette. I parchi nazionali oggi sono meno tutelati che durante le precedenti legislature o non protetti del tutto, come nel caso di Apolobamba. Nonostante si cerchi di far passare l’aumento della produzione di coca come un incremento del suo utilizzo tradizionale in foglie (legale), osservatori internazionali sostengono che la sua trasformazione in cocaina (illegale) abbia subito un boom negli ultimi anni, tanto da far concorrenza alla Colombia.

In Bolivia la pianta della coca è considerata sacra, tradizionalmente coltivata e utilizzata. Ma questo aspetto storico-culturale del suo impiego pare essere in parte un mito perché secondo molti storici e antropologi il suo ampio utilizzo sarebbe stato incentivato dagli invasori spagnoli, che ne promossero l’impiego tra gli schiavi-lavoratori ben oltre le loro usanze millenarie.

Tè, medicinali, mate, foglia da masticare… la coca è una pianta officinale dai molteplici usi. Nelle zone andine e rurali ti abitui presto a vedere donne e uomini masticare per ore e ore una sorta di palla di foglie di coca che deforma i loro volti come se fosse un gigantesco chewing-gum dai poteri magici. Dicono aiuti ad affrontare gli sforzi fisici e a non sentire freddo e fame. È così diffuso e quotidiano l’utilizzo di questa pianta che la maggior parte dei “negozi” la vende in foglie essiccate all’interno di grandi sacchi di plastica. Nella sporta della spesa oltre a biscotti, riso, fagioli e saponi finisce anche un sacchettino di foglie di coca. Lontano dalle città, ogni famiglia ha la propria piccola piantagione di coca tra zucche, banane e patate, destinata sia all’uso personale che alla vendita. La coltivazione della coca però è più redditizia di quella del caffè o della canna da zucchero e per questo sta dilagando. Il prezzo delle foglie di coca riconosciuto ai coltivatori negli ultimi dieci anni è più che raddoppiato. Ovviamente sono i cartelli della droga a trarre i grandi profitti con la trasformazione delle foglie in polvere bianca e la sua commercializzazione in Nord America ed Europa.

Ho visitato per la prima volta la Bolivia nel 2006, pochi mesi prima dell’elezione di Morales. Durante quel viaggio ho sorvolato una distesa di splendida e intatta foresta tropicale in vendita per soli 15$ all’ettaro (10.000 metri quadrati), svenduta all’offerente che volesse trasformarla in parquet per pavimenti di lussuose case occidentali o asiatiche. Cinque anni… e quella foresta non esiste più, al suo posto c’è una landa desolata e sterile, invivibile per uomini e animali. In compenso molti di noi possono camminare su uno splendido parquet e molti altri sniffano il ricordo di quella foresta nelle toilette di qualche locale notturno. Nel 2006 le  aree protette che ho visitato non erano certo conservate alla perfezione, ma funzionavano e catalizzavano l’interesse di un nascente ecoturismo. Davano protezione a tantissime specie a rischio estinzione e mantenevano intatta almeno una piccola parte delle foreste originarie, così preziose per il mantenimento del ciclo dell’acqua e del clima sia a livello locale che mondiale. Ora, ultimi templi naturali, le ritrovo sotto l’assedio di interessi la cui dimensione va ben al di là della piccola, meravigliosa Bolivia. Aggrediti da migliaia di cocaleros che per una manciata di dollari distruggono il proprio futuro e quello dei loro figli perché nessuno ha avuto la forza, la cultura e soprattutto l’interesse per mostrare loro una strada diversa.

Produttori di carta, commercianti di legname, cercatori d’oro, diamanti e petrolio, allevatori estensivi e coltivatori intensivi, sono sempre stati questi i nemici della foresta. Ora a questo già nutrito esercito si aggiungono i produttori di coca(ina) che trafugano risorse per trasformarle in “sballo” e morte. Gli effetti collaterali di questa  scelta li paghiamo noi, gaudenti autodistruttivi e li pagheranno i boliviani alla perenne ricerca di un modo per sopravvivere in un mondo basato sugli squilibri.

Intanto la strada che attraversa il Parco di Apolobamba scorre attraverso le piantagioni di coca e mi chiedo cosa troverò durante il mio prossimo viaggio in Bolivia.