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Il super-tessuto aiuta a produrre energia

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Un tessuto super-idrofobico, che rigetta cioè completamente l’acqua, è stato fabbricato al Politecnico di Milano dal Dipartimento di chimica, materiali e ingegneria chimica «Giulio Natta». È in fibra di carbonio e servirà alla costruzione in corso di una cella a combustibile produttrice di 3 Kw/ora per applicazioni portatili: dalle emergenze alle telecomunicazioni. È la nuova frontiera delle famose «celle» nate per le astronavi (hanno alimentato le capsule Apollo per la Luna e anche lo shuttle) allo scopo di diffonderne l’impiego perché assolutamente ecologiche. Bruciano idrogeno e ossigeno e lo scarto è l’acqua. Ma questa deve essere eliminata totalmente dalla cella altrimenti ne abbassa il funzionamento: perciò servono i tessuti idrofobici.

 

 

“Perché l’applicazione diventi commerciale a tutti gli effetti, vanno risolti alcuni problemi che sono legati alla generazione di idrogeno, al peso e alle dimensioni dell’apparecchiatura, all’efficienza, alla durata e, non ultimo, ai costi. A parte la generazione di idrogeno, gli altri problemi sono potenzialmente risolvibili mediante l’utilizzo di nuovi materiali – spiega Cinzia Cristiani che ha coordinato le attività del progetto –. Per esempio, il prodotto della reazione tra idrogeno ed ossigeno, vale a dire acqua, non è certamente nocivo per l’ambiente, tuttavia l‘acqua prodotta, se resta all’interno della cella, incide sul funzionamento della stessa peggiorandolo. Pertanto, disporre di materiali altamente idrofobici, vale a dire in grado di dare luogo ad eliminazione rapida ed efficiente di acqua, è di fondamentale importanza. La ricerca ha portato alla produzione di un tessuto superidrofobico, che è stato utilizzato in una cella prototipo di laboratorio e che ha dato miglioramenti considerevoli sia in termini di efficienza di produzione di energia elettrica (circa il 60%) che di stabilità di prestazioni.”

 

Il progetto si è svolto nell’arco di due anni coinvolgendo due gruppi di studiosi per un totale di dieci persone tra docenti, ricercatori e assegnisti. La ricerca farebbe certamente felice Giulio Natta perché, come la sua scoperta del polipropilene che gli valse il Nobel perla chimica nel 1963, è frutto di un finanziamento pubblico-privato: Fondazione Politecnico di Milano e Fondazione Cariplo che ha garantito la metà del finanziamento totale pari a 228 mila euro.

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