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Il social network che piace all’azienda

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SONO lontani i tempi in cui le imprese potevano permettersi di vietare l’uso dei social network tra i loro dipendenti. Un po’ perché, complici tablet e smartphone, farla in barba ai divieti è diventato sempre più facile. Un po’ perché strumenti amati, chiacchierati, in ogni caso pervasivi come Facebook, Twitter e LinkedIn hanno cambiato per sempre il nostro modo di comunicare, tenerci informati e approcciarci al lavoro. E’ così – sull’onda del successo dei loro "cugini generalisti" – che negli ultimi anni i social business software hanno conosciuto una vera esplosione. A cosa servano questi strumenti è scritto fin dal nome: far diventare "social" il business, favorendo la condivisione di conoscenze ed esperienze tra i membri di un’azienda proprio come avviene all’interno di un gruppo su Facebook. A dare ragione a chi ci sta puntando, tra gli altri, è l’azienda di ricerche di mercato Gartner Inc. 1, secondo la quale comunicazione e collaborazione sociali sono in cima alla top ten delle strategie tecnologiche che le imprese farebbero bene ad adottare nel corso del 2011. A cominciare da Jiva, passando per start-up come Yammer e Flowr, cerchiamo di capire come funzionano questi software e perché piacciono tanto agli investitori della Silicon Valley.

Un ecosistema complesso. Quello dei business social network è un settore in grande movimento, dunque impossibile da fotografare in maniera esaustiva. Ci hanno provato,

dall’inizio dell’anno ad oggi, diversi siti specializzati come ZDNet, Mashable, Business Insider&co., e c’è persino chi ha paragonato questo segmento del mercato a una barriera corallina 2 in cui ogni tipologia di software corrisponderebbe a una creatura acquatica, dalle anemoni ai polipi. Fantasia a parte, certo è che le giovani imprese di settore stanno sfidando i software di collaborazione prodotti da giganti del calibro di IBM e Oracle, che da anni insistono sull’importanza di utilizzare le risorse in maniera più aperta ed eliminare i cosiddetti "silos" dell’informazione. I punti forti di queste company – i cui team, di solito, hanno un’età media di circa trent’anni – sono l’agilità e il fatto di essere stati tra i primi, entusiasti sviluppatori e utilizzatori di social network.

Jive, il Facebook del business. L’esempio più famoso, verosimilmente, è quello di Jive 3, società fondata nel 2001 a Palo Alto, in California, che dal 2007 ha iniziato a commercializzare il suo social business software. La piattaforma di Jive comprende una serie di applicazioni per connettere dipendenti e progetti di un’azienda allo stesso modo in cui Facebook, Twitter e altre comunità sul web connettono amici, conoscenti e persone accomunate dagli stessi interessi. Ogni impiegato ha il proprio profilo, dove ha la possibilità di cambiare lo "status" e aggiornare la pagina con una serie di informazioni sul suo background professionale, la sua area di competenza, i progetti conclusi e quelli in corso. Allo stesso modo è possibile caricare materiale informativo di ogni tipo – testo, immagini, audio, video e così via – e invitare altri utenti alla condivisione. Come ogni social network che si rispetti, Jive consente anche di chattare con i colleghi, vedere quando sono online, creare gruppi di lavoro e "taggare" i contenuti. In questo modo ogni documento diventa tracciabile ed è sempre possibile risalire al suo autore: un aspetto che dovrebbe favorire la meritocrazia e promuovere gli scambi tra persone particolarmente capaci. Secondo Dave Hersh, ex CEO di Jive e oggi presidente del consiglio d’amministrazione, "i software di collaborazione sociale sono il cuore della nuova impresa poiché permettono agli impiegati di lavorare insieme per risolvere problemi, valutare nuove opportunità e conseguire risultati importanti". Altri vantaggi, poi, riguarderebbero la minore necessità di spostamenti fisici e telefonate, con la conseguente diminuzione di inquinamento atmosferico e acustico.

Altri due esempi: Yammer e The Flowr. Un aspetto su cui i produttori di social business software insistono molto è la sicurezza delle loro piattaforme. Un esempio è Yammer 4, social network per le imprese lanciato nel settembre del 2008 e scelto da aziende come BBC, Fox International Channels, Telefonica e Palo Alto Software. Nato come servizio di microblogging interno a Geni 5– social network dedicato alla creazione di un albero genealogico mondiale  –  Yammer è piaciuto così tanto da convincere l’azienda a farne un marchio a parte. Fin da subito la piattaforma è stata etichettata come il "Twitter del business": se l’originale ti invita a "cinguettare cosa stai facendo", Yammer ti esorta a dire "su cosa stai lavorando". Tutte le interazioni avvengono sotto l’ala del firewall aziendale, ma sfruttando le potenzialità del cloud computing. Inoltre, il network non è completamente precluso ai non dipendenti: la funzione "communities", infatti, non ha restrizioni di dominio e consente a soggetti come potenziali clienti, partner e fornitori di comunicare con l’azienda e intervenire su argomenti ed eventi. Un altro esempio ancora è Flowr 6, start-up creata nel 2009 da un gruppo di ragazzi – Davorin Gabrovec, Vlada Petrovi, Matja Lipuš e Shingo Potier de la Morandière – e che oggi offre una suite di programmi per la collaborazione sociale d’impresa disponibile in sei lingue diverse, tra cui l’italiano.

Un cambiamento di mentalità. Secondo Gartner Inc., il podio delle tecnologie più strategiche del 2011 – sempre in riferimento alle imprese – è diviso tra cloud computing, applicazioni mobili/tablet, comunicazione e collaborazione sociale. Per alcuni osservatori, la forza dei social business network consiste proprio nel fatto di unire in un’unica piattaforma tutti e tre questi aspetti. "Tecnologie sociali come smartphone e tablet stanno conquistando lo spazio dei consumatori", ha spiegato a Repubblica. it il CEO di Jive,  Tony Zingale. "Questi strumenti hanno la capacità di cambiare le nostre percezioni su come si collabora, come vanno svolti i compiti e come si condividono le informazioni. Allo stesso tempo, sempre più spesso le imprese preferiscono applicazioni web flessibili e leggere a software che confinano le informazioni all’interno di silos non comunicanti". "Presi insieme – ha continuato Zingale – questi tre fenomeni hanno fatto sì che si verificasse un cambiamento di mentalità all’interno delle grandi aziende di Information Technology, che finalmente hanno abbandonato i panni del controllore o del vigile urbano per indossare quelli, decisamente più consoni al loro ruolo, di guru dell’hi-tech".

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