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Il segreto della vacanza? Celebrare l’inutile

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Alessandro D’Avenia

 

Diceva Platone che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere.

Gli antichi, interpreti del mondo caduto, avevano ragione, ma da quando il Verbo si è fatto carne il lavoro non è condanna, ma benedizione. Nel progetto originario l’uomo è posto nell’Eden per custodirlo e coltivarlo, prima della Caduta, che non ha determinato il lavoro, ma la fatica e la resistenza. La creazione resiste e aspetta nelle doglie del parto che l’uomo la faccia partorire attraverso il lavoro. Lo sa bene ogni artista, che prova a piegare parole, pietre, colori alla bellezza concepita. Cristo lavorò trent’anni da falegname e fece la redenzione tanto quanto gli ultimi tre, ma purtroppo troppo spesso quei trenta, a piallare tavoli a Nazareth, ce li dimentichiamo.

Il lavoro si è di nuovo impregnato della visione pagana. È schiavitù da cui fuggire o contenitore di auto-affermazione, non cura e salvezza di me, della parte di mondo che mi è affidata e delle persone che ci sono dentro. La visione tragica del lavoro origina l’otium come fuga e divertimento dionisiaco: un annullamento dell’io bisognoso di azzeramento, come si fa con il pc quando si sovraccarica. L’otium diventa così terreno fertile per la noia. Questa accidia è la rinuncia alle aspirazioni connaturali alla dignità umana, un ostinato non voler essere sé stessi che ci porta sino alla disperazione, l’altra faccia dell’attivismo workaholic (alcolismo da lavoro).

Ad accidia e attivismo si oppone il vero otium, che non è l’assenza esteriore di lavoro (le ferie), ma uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro sia in vacanza. È un atteggiamento di apertura quieta e silenziosa, di chi riceve in dono la realtà. Solo così si scopre che il lavoro, anche se stanca, non è fatica, ma riposo, e che la vacanza non è vuoto, ma pienezza.

Ne Il piccolo principe c’è un lampionaio che accende e spegne le luci sul suo pianeta, ma il pianeta ha cominciato a girare sempre più veloce e richiede un lavoro frenetico, pur di rispettare la consegna ricevuta. Il lampionaio disperato vorrebbe solo dormire e se ne lamenta con il bambino biondo, che gli suggerisce di «riposare lavorando»: camminare, invece di stare fermo, così da seguire il corso del sole, rimanendo fedele alla consegna, ma soprattutto a se stesso. Ci sono infiniti tramonti da contemplare, di cui il lampionaio si è dimenticato. Egli ha dimenticato il culto, la dimensione rituale dell’esistenza: godere senza possedere, lavorare riposando. Il culto sta al tempo, come il tempio allo spazio. Il tempio era il recinto sacro agli dei, separato dai terreni adibiti al lavoro. Il culto è il tempo strappato ai fini produttivi. Quello delle ferie, se vissuto utilitaristicamente per produrre divertimento diventa tempo senza riposo. Solo il culto protegge la vacanza da questa minaccia, in quanto tempo dedicato all’inutile. Separato dal culto, l’otium stanca.

Come raggiungere il vero otium? Festeggiando i beni del creato secondo i dettami del culto: godere della bellezza, celebrare l’inutile. C’è una razza di oche che dopo un lungo viaggio migratorio, distrutte dalla fatica, trovato lo specchio d’acqua che le salva, non si tuffano a capofitto a bere, ma inscenano una bellissima danza. Persino le oche celebrano ciò che è necessario, senza consumarlo subito. Con la e nella bellezza.

Siamo noi capaci di danzare, celebrare, gioire in questo tempo festivo, nel culto dei sacramenti (da leggere il recentissimo libro di A.Mardegan, «Il sacramento della gioia», per riscoprire che la confessione è una festa) e nella bellezza dei doni del creato, o abbiamo già riempito di disperazione il nostro otium?