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Il più grande processo ambientale della storia

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Una multa da 9 miliardi di dollari e un verdetto di colpevolezza nei confronti di Chevron-Texaco: si è concluso così, il 14 febbraio scorso, il primo grado del processo per danni ambientali più grande della storia. Sul banco degli imputati in un tribunale della città di Lago Agrio, nell’Amazzonia ecuadoriana, la terza impresa americana dopo ExxonMobil e Wall Mart. Da una parte, la major petrolifera con un fatturato di 205 miliardi di dollari nel 2010 e un pool di decine di avvocati, dall’altra un gruppo di 30mila persone, tra campesinos e comunità indigene, rappresentati da Pablo Fajardo, un avvocato ecuadoriano, diventato ormai il volto di questa battaglia giudiziaria, che ha il sostegno di organizzazioni come Amazon Watch e Rainforest Foundation di Sting e Trudie Styler. 

 

Gli afectados, i danneggiati, come si definiscono i 30mila querelanti, accusano da ben 18 anni Texaco – acquisita da Chevron nel 2001 – di aver scaricato nella più grande biosfera del pianeta, in spregio a qualsiasi legge di tutela sull’ambiente e le persone, tonnellate di scarti di greggio e la cosiddetta “acqua di formazione” (estratta insieme al petrolio, carica di metalli pesanti e sostanze cancerogene) durante i 26 anni in cui la multinazionale ha avuto in concessione circa cinquemila chilometri quadrati di foresta, trivellati da più di 300 pozzi. Un trionfo storico, come hanno titolato i giornali di mezzo mondo? «Certo, una sentenza a nostro favore è un passo importante per il mondo intero» spiega Fajardo. «Il giudice ha riconosciuto che Texaco ha volontariamente causato danni ambientali enormi. Ma anche gli effetti gravemente tossici sulla salute delle persone che vivono in Amazzonia». Quarant’anni, figlio di contadini, ormai considerato un eroe nazionale, conosce bene la realtà di cui parla: a 14 anni già lavorava nelle stazioni petrolifere e ha vissuto tutto in prima persona. Purtroppo anche la morte del fratello: a pochi giorni dalla prima ispezione giudiziaria sul campo Wilson Fajardo è stato ucciso e molti dicono che il vero bersaglio fosse Pablo.  

 

Ma la giustizia di principio non sempre è sufficiente. Fajardo è più scettico sui risarcimenti economici, visto che la richiesta era di 27 miliardi di dollari: «La degradazione ambientale ha impoverito moltissime famiglie di contadini, aspetto che il giudice non ha considerato. Lo stesso vale per il risanamento dei corsi d’acqua inquinati. Altrettanto importante è la questione dei territori ancestrali indigeni, completamente invasi: non è stato previsto neanche un centesimo di dollaro per restituire le terre alle comunità. Per questo abbiamo deciso di ricorrere in appello, i soldi non saranno ripartiti tra le persone, ma investiti nella ricostruzione dell’ecosistema e del tessuto sociale». Delle cinque nazionalità indigene che vivevano nella zona, quella dei Tetetes è scomparsa e le altre – Cofán, Secoya, Siona e Wuaorani – sono ridotte a poche centinaia di persone, come ci racconta Humberto Piaguaje, 46 anni, leader Secoya: «Siamo rimasti solo seicento. Insieme alla nostra terra stiamo perdendo la nostra cultura. È terribile da dire, ma se penso al futuro, non so come sopravviveremo. Prima eravamo ricchissimi, non in denaro, ma in biodiversità. La foresta è da sempre il nostro mercato, perché ci fornisce tutto il cibo, il nostro ospedale, grazie alle erbe medicinali, e la nostra università, intesa come fonte di saperi. Ora non ci sono più pesci, né animali da cacciare, in compenso siamo circondati da nemici, che prosperano nel nostro corpo e nell’ambiente». Il “nemico nel nostro corpo” di cui parla Piaguje è il cancro. La sentenza ha destinato 800 milioni di dollari alla creazione di strutture gratuite di assistenza ai malati, che oggi devono percorrere centinaia di chilometri per raggiungere gli ospedali specializzati. Non ci sono stime ufficiali sul numero di morti, ma uno studio condotto da Miguel San Sebastián e Anna-Karin Hurtig, pubblicato sull’Internacional Journal of Epidemiology, rivela che la possibilità di contrarre la malattia è quasi tre volte superiore alla norma se si vive in una zona di estrazione del greggio. I tumori più comuni riguardano l’apparato digerente, la pelle, l’utero, ma ci sono anche  molti casi di bambini colpiti da leucemia. 

«Chevron ha sempre sostenuto che non ci fosse evidenza di una relazione diretta tra gli scarti petroliferi e i casi di tumore» spiega Kevin Koenig, coordinatore di Amazon Watch in Ecuador. E ha giudicato illegittima e inapplicabile la sentenza, annunciando di voler ricorrere in appello. «Negli anni la loro strategia è stata negare il crimine ambientale e umano e accusare i querelanti di volersi arricchire a spese della compagnia, insomma passare dalla parte delle vittime. Con tutto quello che hanno speso in avvocati, in perizie, in campagne di greenwashing (in pratica crearsi una immagine “verde”, anche non giustificata, ndr) negli Usa, si capisce che la posta in gioco non è solo una cifra a nove zeri. L’esempio di persone che, senza mezzi, ottengono giustizia e vincono di fronte a un colosso, può diventare un precedente troppo pericoloso, non solo per Chevron». 

Basta viaggiare nelle provincie di Sucumbíos e Orellana per vedere cosa succede quando qualcuno rovescia tonnellate di idrocarburi tossici in un giardino, inquinando l’acqua che si deve bere tutti i giorni. Ed è spiazzante, perché a prima vista l’Amazzonia è ancora in piedi: palme, alberi giganteschi, il fiume Aguarico color caffelatte. Il silenzio vivo della selva. Poi, abbassando lo sguardo sull’oleodotto, che taglia il paesaggio per 500 chilometri e arriva fino all’Oceano Pacifico, si torna alla realtà. L’acqua di formazione, che Texaco ha ammesso di aver rilasciato nell’ambiente tra il 1972 e il 1990 nella misura di 60 miliardi di litri – senza reiniettarla in profondità, come fece negli stessi anni in Texas e Louisiana, obbligata da una legislazione più severa – è ancora visibile in molte piscine a cielo aperto. Le svariate fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti hanno fatto terra morta. Gli alberi producono frutti marci, racconta chi ci vive. Un semplice bastoncino infilato nel terreno, rivela che stiamo camminando su un’immensa distesa di petrolio ricoperta da pochi centimetri di terra. Petrolio che secondo la cosmovisione degli indigeni Secoya è il sangue degli antenati e degli spiriti della selva. Oro nero sacro, che non andava toccato.